Dove sono?

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Come tutte le sere, Livio è andato a letto alle ventuno. Da questo orario non si sgarra. Ha quattro anni, per motivi a lui ignoti dorme sempre dai nonni. Io suoi genitori non sono lontani, abitano a meno di un kilometro dalla casa dei nonni. La madre è una casalinga, ma passa tutta la giornata dai nonni. Livio la mattina va alla scuola materna, torna nel pomeriggio, gioca e aspetta che suo padre torna dal lavoro. Suo padre non gioca molto con lui. Lo vede sempre pensieroso. È seduto con lo sguardo fisso da qualche parte, ma non dice nulla. Livio cerca di entrare nel suo cono visivo per attirare l’attenzione, ma non succede niente.
Cenano tutti assieme, poi i genitori e suo fratello più piccolo vanno via e lui resta a dormire dai nonni. Dorme in un letto a una piazza e mezza, posto nella camera da letto dei nonni. Stasera è andato a letto apparentemente tranquillo. La porta della camera da letto è chiusa, per non sentire la televisione che è nel soggiorno. La porta non è opaca, ha una parte in vetro traslucido, dal quale filtra la luce del soggiorno. Stasera prima di addormentarsi era un po’ turbato. Non riusciva a prendere sonno. Ogni tanto si lamentava con sua nonna perché il volume della TV era alto. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine si è addormentato.

«Cosa è successo?», dice Livio.
È seduto al centro del letto. È sudato, ha il respiro affannoso. Qualcosa deve averlo svegliato all’improvviso, forse un incubo, ma lui non ricorda niente. C’è qualcosa di molto strano. Ha gli occhi aperti, ma non vede niente, è il buio totale. Dovrebbe essere nella camera da letto dei nonni, ma nella camera da letto non c’è mai il buio totale, neanche di notte. C’è sempre un lumicino elettrico, acceso su un mobile, davanti alle foto dei figli defunti di sua nonna. Due zii, morti giovanissimi, ancora minorenni, a causa di una malattia rara. Livio non li ha mai conosciuti. Quella luce adesso non si vede più. Forse è andata via la corrente.
Ha una sensazione molto sgradevole che non ha mai provato nella sua breve vita. Non vede nulla e non riesce ad avere nessun punto di riferimento, non sa in che direzione è la porta del soggiorno, né dove sono i mobili. Potrebbe trovarsi in qualsiasi posto. Adesso ha molta paura. Decide di scendere dal letto. Comincia a camminare a tentoni, non sa dove andare. Si sposta lentamente, secondo lui avrebbe già dovuto intercettare l’altro letto, un mobile o un muro, ma niente. All’improvviso urta qualcosa. Si ferma. Non sa cosa sia, non riesce a capire. Sente una musica, non sa da dove proviene.
Forse è una televisione, o una radio, pensa, allora non è andata via la corrente, come mai non vedo niente? Sono cieco.
La paura e l’ansia aumentano a dismisura. Il cuore gli batte forte. Gli rimbomba nelle orecchie, come un tamtam nel buio. Si accovaccia da qualche parte e comincia a piangere forte.
«Nonna! Nonna! Nonnaaa!», chiama urlando, ma non arriva nessuno.
«Perché non c’è nessuno? Dove sono?»
Inizia di nuovo a gridare: «mamma! Mamma! Mammaaa!»
Sente il rumore di una porta che si apre. Un rumore sordo, come quello che si sente quando si spinge una porta fuori squadra che si incastra sul pavimento. Gli viene in mente la porta sgangherata, fatta di legno e rete metallica, del pollaio del nonno. Per aprirla e chiuderla bisogna sempre darle un calcio e lui non ci riesce mai. Questo pensiero ingigantisce la sua angoscia: «Dove mi trovo? Mi hanno rapito? Perché nessuno viene a prendermi?»
La sua mente ormai è intrappolata nei peggiori pensieri. Non riesce a vedere spiragli, né a reagire in alcun modo per venire fuori da quella situazione.
Proprio mentre sta per scoppiare di nuovo a piangere, Livio torna a vedere. Socchiude gli occhi e li protegge con la mano,  infastidito dalla luce forte della stanza. A poco a poco gli occhi si abituano. Vede sua nonna di fronte a lui che gli dice ridendo: «ma che ci fai in mezzo alla camera da letto, accovacciato sulla sedia, sotto la coperta? Sono le dieci di sera, ti sembra l’ora giusta per giocare a nascondino?»
Livio, con gli occhi pieni di lacrime, guarda sua nonna, ancora scosso.
La nonna lo prende in braccio e lo porta di là vicino al camino.

Paura del buio - Graphics: Francesco Giannotti
Paura del buio - Graphics: Francesco Giannotti

José Andrés

Tarifa Pardo

La sagra del buio

La venditrice di bottiglie

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Tanica - Graphics: Francesco Giannotti
Tanica - Graphics: Francesco Giannotti

«Quanto le devo?», chiede Luca.
«Un euro», risponde la vecchietta.
«Ho solo banconote da 20 euro.»
«Dammela che vado a cambiare dal benzinaio di fronte, aspettami qua, siediti.»
Luca vede la vecchietta attraversare, col suo passo lento, nel traffico intenso della strada. Non sapeva dell’esistenza di un simile commercio. È stato stesso il benzinaio a dirglielo, quando è andato da lui perché la sua auto è rimasta a secco. L’ha lasciata a più di un kilometro di distanza lungo la strada. Non gli era mai capitato prima, ma stavolta la distrazione lo ha fregato.
È arrivato da lui a mani vuote per prendere un po’ di benzina.
«Ce l’hai un recipiente?», gli chiede il benzinaio.
«No. Sono stato preso alla sprovvista.»
«La vedi quella vecchietta, sul marciapiede di fronte, seduta fuori la porta, dove ci sono tutte quelle bottiglie di plastica appese al muro?»
«Si.»
«Va’ da lei. Vende le bottiglie di plastica usate. Con quella puoi portarti la benzina fino alla macchina.»
Attraversa la strada e si trova di fronte alla vecchietta. È alta meno di un metro e cinquanta, i capelli completamente bianchi tenuti insieme con uno chignon. Gli consiglia una bottiglia da due litri. Costa un euro, un po’ troppo per una bottiglia vuota usata, ma la necessità e le condizioni economiche della vecchietta fanno si che uno ci passa sopra. Prima di andare a prendere il resto la donna lo fa accomodare in casa e gli dice di sedersi che arriva subito.
Luca si guarda intorno.
La casa è molto spoglia, ci sono bottiglie di plastica dappertutto. Sono quelle che la vecchietta raccoglie, lava e fa asciugare, pronte per i suoi acquirenti occasionali. È attirato dalla luce di una ventina di candele accese davanti a delle foto, disposte su una mensola, addobbata come un altare, posta a due metri di altezza.
Si chiede perché è così in alto e come fa una donna così piccola ad arrivarci quando deve sostituire le candele.
Luca si alza in piedi per vedere meglio le foto dietro le candele. Ha un sussulto. Il soggetto in una delle foto sembra proprio lui. È incredibile la somiglianza. Assorto a pensare alla foto non si accorge che la donna è tornata. È in piedi di fronte a lui e lo fissa con un’aria molto strana.
«Questo è il tuo resto», lo interrompe lei.
«Grazie», risponde Luca preso di soprassalto, «chi è l’uomo della foto?»
«La buonanima di mio marito.»
«Ma è uguale a me.»
«Si me ne sono accorta subito, quando ti ho visto. Non volevo dirtelo per non farti spaventare. Sono molto felice che oggi sei venuto da me. Luca è morto da tanti anni. Vedere te è come se qua ci fosse lui. Non andare via subito, per favore.»
A Luca questa volta gli si gela il sangue nelle vene. Ha anche lo stesso nome : «Come è morto suo marito?»
«In un incidente d’auto. Non guidava lui. Quello che era alla guida si è addormentato, su una strada statale, vicino a Bologna, ha invaso parte della corsia opposta. Arrivava un’altra auto in senso contrario e si sono scontrati. Mio marito nonostante la cintura di sicurezza è stato sbalzato avanti attraverso il parabrezza. Era ancora vivo, l’hanno portato in ospedale ed è morto lì. Lui faceva il muratore. Tu cosa fai?»
Meno male, almeno il lavoro non è lo stesso, pensa Luca: «Sono un agente di commercio per una ditta. Sono sempre in viaggio.»
«Stai attento quando sei in viaggio.»
«Non si preoccupi, in genere non guido solo io e il mio collega è molto esperto.»
«Stai attento, anche mio marito si fidava del suo amico.»
Luca è un po’ infastidito dall’insistenza della vecchia e dice: «adesso devo proprio scappare.»
«Aspetta. Se vuoi ti dò questa tanica di metallo. È fatta apposta per la benzina.»
«Questa costerà un sacco di soldi. Io devo solo arrangiarmi.»
«Te la regalo. Era di mio marito, ma non l’ha mai usata.»
«Non posso accettarla.»
«Prendila. Ti proteggerà.»
«Da cosa?»
«Portala sempre con te nei tuoi viaggi. Ti proteggerà. Quando farai il prossimo viaggio?»
«Parto lunedì mattina per Milano, c’è una fiera e riparto venerdì sera.»
«Non dimenticare di portare sempre con te la tanica è importante. Mettici dentro la benzina, così non rischi di rimanere a piedi», gli raccomanda la donna.
«Lo farò», dice Luca poco convinto.
«Ci vediamo. Credo molto presto», dice la donna molto sicura di sé.
Spero proprio di non vederti più, pensa Luca che è rimasto un po’ scosso da quell’incontro. Dal benzinaio si fa mettere solo tre litri di benzina nella tanica, per non portare un peso fastidioso, e torna alla macchina.
È il venerdì sera della settimana successiva. Luca e il suo collega hanno trascorso la settimana di lavoro in un’importante fiera a Milano. È finalmente ora di partire per tornare a casa, al sud. Giovanni, il collega di Luca, è alla guida. Lui più tardi gli darà il cambio. Prima di partire, per scaramanzia, ha riempito la tanica e l’ha messa nel bagagliaio. Stanno percorrendo l’autostrada Milano – Napoli. Il viaggio prosegue tranquillo. A un certo punto un po’ prima dello svincolo di Reggio Emilia viene segnalato un grave incidente. Un tir si è ribaltato occupando tutta la carreggiata. La polizia ha chiuso l’autostrada. I veicoli vengono fatti uscire e convogliati lungo la via Emilia per rientrare a Modena Nord.
Dopo un’iniziale smarrimento, nel tratto tra lo svincolo e la statale, causato dalla mancata conoscenza della strada, il collega di Luca, arrivati sulla via Emilia, dice: «da qui la strada la conosco. Vai tranquillo, torna a riposare.»
Luca dopo pochissimi minuti si appisola. Giovanni continua a guidare lungo il percorso che porta allo svincolo indicato per il rientro. Ha una velocità abbastanza sostenuta. Dopo una decina di kilometri, complice la stanchezza per le ore piccole fatte ogni notte, Giovanni chiude gli occhi e china la testa in avanti per meno di dieci secondi. Tutto avviene all’inizio di una curva a destra. L’auto, però, non curva. Prosegue dritta e invade la corsia opposta.
Nello stesso istante, la stessa corsia è occupata anche da un furgone che viaggia nella direzione contraria.
L’impatto è inevitabile, lo scontro è quasi frontale. Giovanni centrato dallo spigolo sinistro del furgone che penetra nella lamiera dell’auto, muore sul colpo. Luca, nonostante le cinture di sicurezza viene sbalzato in avanti. Attraversa il parabrezza frantumandolo e finisce sull’asfalto. Passa direttamente dal sonno alla perdita di conoscenza. L’autista del furgone, a parte alcune contusioni, sta bene. Scende dall’altra portiera che è ancora funzionante. Si avvicina all’auto, vede Giovanni chino sul volante. Scorge, qualche metro più avanti, il corpo di Luca sdraiato per terra. É illuminato dal faro destro dell’auto, risparmiato dall’urto. Un sottilissimo rigagnolo di sangue proveniente dalla testa, si fa strada lentamente sull’asfalto.
L’autista, sotto shock, vede la piccola coda di auto che si sta formando dietro l’auto dei due. Corre verso le persone che sono scese e chiedendo aiuto, cerca di spiegare che lui non c’entra niente.
Luca, a terra, apre gli occhi. Non capisce dov’è. Sente una superficie ruvida sotto la guancia. Sente odore di polvere e sangue, ha la sensazione che qualcosa scorra lungo il viso. Sente delle voci provenire da qualche parte, ma non vede nessuno. Guarda davanti a sé. Vede una strada di asfalto illuminato da una luce proveniente dalle sue spalle. Mai visto una strada da così vicino. Adesso ci sono due piedi nudi, bianchissimi con delle venature blu. Alza per quanto possibile lo sguardo. Vede la vecchietta delle bottiglie. È in camicia da notte bianca, ha i capelli sciolti, lunghi e arruffati.
«Tu cosa ci fai qui? Non puoi essere qui. Siamo a centinaia di kilometri da casa tua», dice Luca con un filo di voce.
«Sono venuta a riprendere la mia tanica.»
«Me l’hai regalata tu per proteggermi, perché te la riprendi?»
«Non ne hai più bisogno», dice la donna versandogli addosso tutta la benzina contenuta nella tanica, «adesso serve a me. Mio marito la vorrà sicuramente.»
«Cosa vuoi fare? Vuoi darmi fuoco? Non voglio morire.»
«Stai tranquillo, non morirai. La sto solo svuotando. Adesso dormi che sei stanco.»
Luca vede la vecchietta, con la tanica in mano e il suo passo lento, allontanarsi. Prima di vederla scomparire completamente nel buio, perde di nuovo conoscenza.
«Si sta svegliando adesso», dice l’infermiera ai familiari che aspettano fuori.
«É stato in coma cinque giorni», dice il medico a Luca che non ricorda molto, «ha riportato una frattura al cranio. L’abbiamo operata, tutto sta andando per il verso giusto. Appena si rimette in sesto, la dimettiamo e i suoi parenti possono riportarla a casa, dove continuerà le cure.»
«Grazie dottore», dice Luca.
«A proposito», riprende il medico, «quando è arrivato in ospedale, i suoi panni erano inzuppati di benzina, eppure la Polizia ha detto che non c’è stato sversamento dai serbatoi dei mezzi. Lei ricorda qualcosa che possa dare una spiegazione?»
«No, non ricordo niente», risponde Luca che però ha ben presente l’apparizione della vecchietta.
È passato un mese dall’incidente. Luca può uscire e guidare. Presto tornerà al lavoro. Non ricorda niente dell’incidente. Ha solo un pensiero fisso. La prima volta che esce si reca direttamente a casa della vecchia. La porta è chiusa. Non ci sono più le bottiglie appese fuori. Si reca dal benzinaio a chiedere spiegazioni.
«È da un mese che quella porta è chiusa. Sicuramente non sarà più aperta, non dalla signora delle bottiglie.»
«Perché?»
«È morta.»
«Quando?»
«Più di un mese fa.»
«Ti ricordi il giorno?»
«Era sabato», guarda il calendario, «sabato 27 marzo.»
Il giorno dopo l’incidente, pensa Luca con il sangue che si gela nelle vene: «come è morta?»
«L’hanno trovata sul letto abbracciata a una tanica di metallo da cinque litri, sporca di benzina. Da quando aveva perso il marito faceva spesso cose strane.»

SoultoGroove

Benzina

Nemo d’acqua dolce

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Fisheye - Elaborazione grafica: Francesco Giannotti
Fisheye - Elaborazione grafica: Francesco Giannotti

Dedicato al pesce rosso di yuppiett

«Vorrei diventare come te e nuotare in acqua, senza che nessuno possa vedermi», Nemo parla con il pesce rosso che ha pescato nello stagno di fronte a casa sua. Il pesce non risponde. È immobile di fronte a Nemo e lo fissa attraverso il vetro della vaschetta.
Come ogni pomeriggio, tornato da scuola, è solo in casa. Ha dodici anni, ma è abbastanza autonomo. Si prepara da mangiare, riscalda la pasta che le ha preparato sua madre la sera prima o frigge due uova o un hamburger o una fettina di carne, le uniche cose che sa preparare. Dopo dovrebbe studiare, ma la solitudine e la malinconia spesso prendono il sopravvento. I suoi genitori sono al lavoro tutto il giorno e, anche quando sono a casa, lui continua a sentirne la mancanza.
Sua madre è costantemente depressa, si lamenta per la vita che avrebbe desiderato, ma che non è mai riuscita a realizzare. Si perde in lunghissimi sproloqui che spesso terminano in un litigio o in una sfuriata con Nemo o con suo padre.
Suo padre è il direttore dell’acquario di una città vicina. È preso solo dal suo lavoro, vede solo pesci, parla di pesci e quando Nemo cerca di richiamare la sua attenzione, dopo un’iniziale ascolto, torna ai suoi pensieri e resta muto come un pesce.
É stato lui a regalargli il primo acquario di pesci tropicali, cercando di trasmettergli la passione per i pesci in cattività. In seguito gli acquari sono diventati tre. La verità è che si occupa lui della cura, dell’allestimento e della scelta delle specie. Nemo è quasi indifferente a tutto questo. Il nome di suo figlio lo aveva scelto lui. Non era ispirato al capitano del Nautilus, ma al protagonista del film d’animazione. Da quando Nemo aveva scoperto che il suo nome in latino significa “nessuno”, si convinceva sempre di più che quello fosse il suo destino: essere nessuno.
Nemo ha una passione solo per un tipo di pesce: i pesci rossi che si trovavano anche nello stagno di fronte a casa sua. É molto preso da quello che aveva pescato qualche giorno fa. Lo tiene in una vasca a parte. Gli ha costruito i suoi rifugi. Lo osserva tutti i giorni. Immagina sempre di nuotare insieme a lui.
Un giorno durante il solito monologo, sul suo desiderio di trasformarsi in pesce, fatto davanti alla vaschetta, il pesce rosso salta dall’acquario. Nemo lo vede a terra che si rivolta su entrambi i lati. Lo prende e lo rimette in acqua, dopo pochi minuti il pesce risalta. Il ragazzo lo rimette di nuovo in acqua. Il pesciolino dopo esser rimasto immobile per alcuni secondi, inizia una sorta di una danza circolare. Nemo lo osserva meravigliato. Dopo una ventina di giri, sale fino al pelo dell’acqua e galleggia immobile adagiato su un fianco. Nemo credendo che sia morto, a bocca aperta si avvicina al bordo dell’acquario. In quel momento il pesce, con un guizzo, salta nella sua bocca.
Nemo si sente mancare l’aria, non riesce a sputare quel pesce, è finito diretto in gola. Apre la porta e corre fuori, nella speranza di incontrare qualcuno che lo aiuti. Non c’è nessuno. Fa di corsa i cinquanta metri che lo separano dallo stagno e si tuffa dentro. Ancora non riesce a respirare. È passato abbastanza tempo, ma nonostante non riesca a respirare non perde conoscenza. Immerso nell’acqua torbida anche con la testa, sente che qualcosa sta cambiando. La sua pelle comincia a diventare rossa e squamosa. Ha la sensazione di avere le gambe fasciate assieme. Non riesce più a muovere i piedi e non sente più le dita. La stessa cosa avviene per le dita delle mani e le braccia si assottigliano a vista d’occhio. Ha l’impressione che sul corpo si stiano formando nuove escrescenze. Intento a cercare di capire, a un tratto si accorge che non sente più l’asfissia. Sta respirando, ma è ancora sott’acqua. Vorrebbe uscire per tornare a casa e guardarsi allo specchio, ma non riesce ad alzarsi in piedi per uscire dallo stagno. Adesso, però, Nemo nuota benissimo. È diventato un bellissimo esemplare di pesce rosso, molto più grande degli altri esemplari della sua specie. Si inoltra nello stagno e inizia a esplorarlo. È un mondo sconosciuto. Nuota da circa mezz’ora senza sapere cosa fare, la luce comincia ad affievolirsi. Nemo scorge un grosso tronco di un albero, quasi del tutto cavo, adagiato sul fondo dello stagno. È aperto sui due lati. Può entrare e uscire comodamente, lo sceglie come rifugio. Vi entra per passare la notte. È quasi buio, ha paura in quel nuovo ambiente. Pensa, perché sono qua? Voglio i miei genitori, chissà cosa fanno?
I genitori sono già tornati a casa. Hanno trovato la porta aperta. La madre chiama Nemo. Non riceve risposta, va a cercarlo nella sua stanza, non c’è, anche il bagno è vuoto. Il padre nota subito che il pesce rosso non è più nella vaschetta. La madre continua a chiamare e a cercare, poi presa dal panico dice al marito: «Nemo non c’è, dove sarà andato?»
«Non lo so, ma il suo pesce rosso non c’è più. Potrebbe essere andato a riportarlo nello stagno.»
Escono entrambi e vanno sulla riva dello stagno e cominciano a chiamarlo, ma niente. Si dividono, uno va in una direzione e l’altro in quella opposta, continuano a chiamarlo, ma di Nemo nessuna traccia. Si rivolgono alla polizia. Gli agenti cercano di tranquillizzare soprattutto la madre. Dicono di aspettare, potrebbe essere solo una bravata e che l’indomani con la luce del sole avrebbero fatto ricerche più approfondite.

§§§

Sono ormai trascorsi cinque giorni nella nuova vita da pesce rosso. Nemo ha preso un po’ di confidenza con l’ambiente, anche se la maggior parte del tempo lo passa nel suo nascondiglio. Esce solo perché spinto dalla fame. Istintivamente cerca il cibo drenando la melma nel fondo dello stagno o scandagliando le alghe, alla ricerca di gamberetti, insetti e larve, ma la paura è molto forte e passa poco tempo a cercare il cibo. La sua fame aumenta di giorno in giorno.
Questa mattina, mentre cerca del cibo appena fuori dal suo tronco rifugio, vede un grosso verme luccicante fermo sul fondo. In un attimo lo risucchia. Gli torna in mente il giorno in cui il pesce rosso gli è saltato in bocca, ma adesso è lui a decidere cosa fare. Non ha neanche ingurgitato l’insetto che sente una fitta alla bocca, un dolore sempre più forte e sente tirare. C’è qualcosa che lo tira, ma molto forte. Lui dapprima fa resistenza poi il dolore è così atroce che cede. Viene tirato verso l’alto, nel tragitto si rende conto che ha un grosso amo conficcato in bocca e che è stato pescato da qualcuno. Ha pescato tante volte anche lui, si rende conto solo ora del male che procurava ai pesciolini. Ormai e quasi in superficie. Vede la sagoma di una barca.
«Ehi! Questo non è un pesce siluro», dice uno dei due pescatori.
«Sembra un pesce rosso, ma è gigante, non sapevo che ne esistessero così grandi.»
«Cosa ce ne facciamo? Lo liberiamo?»
«No, sei scemo? Vediamo se esiste o è una specie nuova. Potremmo farci un po’ di soldi.»
«Come facciamo a saperlo?»
«Non conosci il Dott. Dell’Acqua, il direttore dell’acquario?»
«No.»
«Abita vicino allo stagno. Stasera vado da lui. Mettiamo il pesce nel bidone e torniamo subito a casa.»
I due a casa provvedono a trasferire Nemo in una vasca da bagno colma d’acqua, in attesa della sera.
Il padre di Nemo è appena tornato dal lavoro. Vede l’uomo che lo attende davanti alla porta.
«Buonasera dott. Dell’Acqua, come va?»
«Salve, come vuole che vada, la mia vita è diventata un inferno.»
«Ho saputo di suo figlio…»
«Ha qualche notizia sulla scomparsa?», lo interrompe subito.
«No, però ho una cosa da farle vedere, se posso rubarle dieci minuti e viene a casa mia.»
«Non ho tempo, sono stanchissimo e devo vedere con mia moglie se ci sono risposte agli appelli fatti in televisione e sui giornali.»
«Facciamo in fretta. Oggi, nello stagno, abbiamo pescato un pesce rosso lungo un metro e sessanta e volevo farglielo vedere.»
«Non è possibile, i pesci rossi arrivano massimo a trenta centimetri e non ci sono delle specie di pesci rossi così grandi.»
«Lo so, per questo voglio che lo veda.»
«Va bene, vengo, ma solo per dieci minuti», dice il direttore non potendo resistere a una curiosità più forte di lui.
Quando entrano nel bagno a casa del pescatore, Nemo riconosce suo padre e comincia ad agitare tutte le pinne. Vorrebbe tanto che lo riportasse a casa. La strettezza della vasca e il movimento provocano molti schizzi d’acqua.
«Che strano», dice il pescatore, «è stato sempre tranquillo, neanche quando l’abbiamo tirato su dall’acqua ha fatto tutti questi movimenti.»
«È incredibile», dice il direttore, «presenta tutti i caratteri del Carassius auratus, solo che le dimensioni sono enormi. È sicuramente una grande scoperta.»
«L’ho pensato subito.»
«Io devo andare assolutamente. Facciamo così, se lei mi fa il favore di tenerlo per questa notte, io domani mattina mando una squadra a prelevarlo per portarlo all’acquario.»
«Dottore, io dovrei parlare prima con il mio amico.»
«Ho capito, poi ci mettiamo d’accordo. La direzione dell’acquario provvederà a rimborsare quanto dovuto. L’unico favore che le chiedo è quello di sostituire l’acqua, perché altrimenti muore per asfissia. Ci sentiamo domani.»
L’indomani, come previsto, Nemo viene trasferito nell’acquario.
Viene messo da solo in una vasca, nella quale è stato ricreato l’habitat di uno stagno. La prima cosa che fa, nel suo nuovo ambiente, cerca un rifugio e si nasconde. Nei giorni seguenti non fa altro che restare nascosto, mangia raramente. Esce dal rifugio solo di notte o quando suo padre arriva a controllare. Se controlla dal vetro, dalla parte dei visitatori, Nemo si avvicina a lui dando dei colpi sul vetro con la bocca. Se controlla dall’alto sul bordo della vasca, Nemo sale in superficie tira fuori la bocca facendo molte bolle d’aria. Il direttore, allora, chiama un addetto per far portare del cibo. Alla sua vista Nemo sparisce di colpo. Che strano comportamento, pensa il direttore, solo davanti a me non scappa, questo caso è molto interessante e va studiato sicuramente.
Di giorno Nemo, in presenza di visitatori resta nascosto. In alcune occasioni, quando suo padre decide di passare a controllare la situazione, Nemo esce dal rifugio e comincia a compiere delle sue evoluzioni anche davanti ai bambini presenti che lo applaudono. La presenza di suo padre a osservarlo lo fa sentire tranquillo. Vorrebbe richiamare l’attenzione e dirgli tante cose, ma è imprigionato in quel corpo rosso. Di notte, quando resta solo, spesso si ritrova a piangere. Le lacrime nell’acqua non si vedono. L’acqua dà la sensazione di essere immersi nel pianto. Aveva sempre pensato che vivendo come un pesce si sarebbe sentito meno solo, ma adesso capisce quanto gli mancano quei genitori distratti che aveva sempre odiato.
Ironia della sorte proprio adesso che è sparito dalla sua famiglia, è diventato il centro di tutte le attenzione di suo padre.
Una di quelle notti solitarie nella vasca, preso dall’esasperazione, fa un balzo. Saltando, finisce fuori dall’acquario. Una volta sul bordo emette una specie di starnuto. Il pesciolino rosso che tempo addietro gli era saltato in bocca, viene fuori e finisce in acqua. Lui sentendosi mancare l’aria, compie dei balzi per raggiungere di nuovo l’acqua, ma non ci riesce. Dopo diversi tentativi rimane fermo sul pavimento. È rassegnato. Pensa che stavolta non c’è più niente da fare. Sviene.
Da quel momento succede qualcosa di strano. Inizia a perdere le squame. Le branchie cominciano a chiudersi, non respira. Si risveglia, Fa un ultimo balzo, alcune pinne cadono.

La mattina seguente, l’addetto alla nutrizione, trova il corpo di un ragazzino svenuto sul bordo della vasca. Chiama il direttore che accorre subito. Lo vede di spalle. Giace su un fianco, in mezzo al materiale organico, perso dal suo corpo, in avanzata decomposizione. C’è un forte odore di pesce marcio. Il direttore guarda nella vasca. Un piccolo pesce rosso nuota spaesato nell’enormità dell’acqua. Pensa frastornato, cosa sta succedendo? Prende il ragazzo per una spalla e lo gira in posizione supina. Nemo apre gli occhi. Il direttore con gli occhi sgranati per la sorpresa grida: «Nemo, sei tu?»
Lo abbraccia forte, nel mentre la sua mente ricostruisce l’accaduto, «eri tu il pesce dell’acquario. Per questo in mia presenza ti agitavi in quel modo, come ho fatto a non accorgermi di niente?»
Nemo si stringe forte a suo padre, con una faccia serena come non l’ha mai avuta e dice: «Papà torniamo a casa da mamma, ho fame.»

nKantu d’Aziz

L’uomo pesce

La centralinista – III Parte (Finale)

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Leggi la parte I

Leggi la parte II

Photo: Francesco Giannotti
Photo: Francesco Giannotti

Oggi dalla fessura tra le imposte c’è una luce diversa, un po’ più grigia, deve esserci cattivo tempo fuori. L’infermiera entra con il solito carrello. Lo avvicina alla paziente per farle prendere la pillola. Luisa poggia la mano sul recipiente ma non trova niente. Ha un attimo di esitazione, poi pensa, l’avrà dimenticata o le sarà caduta, nel suo torpore ha la sveltezza per approfittarne. Fa finta di prenderla e poi esegue il gesto di portarsela alla bocca, fingendo di ingoiarla. Nel buio della stanza, l’altra donna, non si accorge della messinscena di Luisa e quando vede che non c’è più la pillola nella vaschetta, esce dalla stanza.
Luisa sa che in questo modo riuscirà a restare sveglia tutto il giorno, ma deve stare attenta a non farsene accorgere. Pensa che sarà meglio starsene a letto senza muoversi, se dovesse entrare l’infermiera farà finta di dormire. Decide di non parlare neanche con il termosifone. Sa che se riesce a non farsi scoprire fine a domani mattina, ha la possibilità di mettersi in forza e tentare qualcosa per andare via da quel posto. Mangia anche quello che c’è nel piatto e poi si mette a letto, cercando di pensare a cosa fare l’indomani. La sera sente entrare l’infermiera, ma lei simula il sonno, la donna le va vicino e la scuote. Luisa non apre gli occhi. È spaventata, non aveva previsto questa situazione. Lei, però, continua a simulare il sonno e pensa, forse sta controllando se il sonnifero fa ancora effetto. Dopo averla scossa tre volte, l’infermiera esce dalla stanza.
Fuori è ancora notte. Luisa si è addormentata davvero, dopo che l’infermiera è andata via. Non sa per quanto tempo ha dormito, adesso però è sveglia. Si alza dal letto. È la prima volta che si alza in piedi da sola da diversi mesi, appena è in piedi, ha un giramento di testa, si risiede subito sul letto. Ha visto che le gambe però reggono. Attende cinque minuti e si rialza. Fa alcuni passi per la stanza cercando di non urtare niente per non fare rumore. Non sa che ore sono e quanto tempo ha dormito. Nel corridoio la luce è sempre accesa. Urta il termosifone.
«Chi è?», chiede la voce di Rebecca, «perché non rispondi?» Luisa trattiene il fiato. Teme che possa essere scoperta. La porta si apre.
«Che fai in piedi?», dice l’infermiera.
«Niente, faccio due passi per la stanza.»
«Tu sei sveglia, devi prendere la pillola», dice allarmata, «poco fa ti ho scrollata e non ti svegliavi, adesso cammini anche, come è possibile? Fingevi? »
«Io vado via. Chiama i miei figli fammi venire a prendere», grida Luisa.
«Chi sono i tuoi figli? »
«Non li hai visti? Mi hanno accompagnato qui.»
«Quelli erano i tuoi figli? Io conoscevo solo l’uomo, mi aveva telefonato due giorni prima, mi aveva detto che aveva una persona da portare qui. Mi ha parlato di una vecchia zia da rinchiudere. Non voleva spendere troppo e io sono molto economica. Qui non c’è bisogno neanche del parere del medico. Non viene nessuno a controllare. Basta pagare e al resto penso io. Non si è mai lamentato nessuno, neanche i pazienti.»
«Chiamali ti ho detto, falli venire.»
«Io non so il numero, chi porta qualcuno qui non deve farsi più vivo, paga la quota e basta. Mi invia i soldi al mio fermoposta ogni due mesi. Questi sono i patti.»
«E se non pagano come fai a contattarli?
«Non li contatto. Se salta più di un pagamento, so come sistemarli e dopo ci penso io a sistemare anche la paziente.»
«Come?»
«So io come.»
«Io vado via.»
«Tu non ti muoverai da qui. Ho concluso un accordo. Sei un mio investimento.»
«Io so tutto di te, chiamerò la polizia.»
«Provaci, vediamo come fai. Cosa sapresti di me?»
«So che hai avvelenato le infermiere e che hai spinto una paziente a uccidere tuo marito.»
L’infermiera un po’ alterata, le chiede: «Chi ti ha detto queste cose?»
«Rebecca.»
«Chi sarebbe questa Rebecca?»
«La paziente della stanza n. 14, la centralinista.»
«Ah! Quella Rebecca… e quando te l’ha detto?»
«Pochi giorni fa.»
« Ahahahah! Rebecca è morta quindici anni fa.»
«Voglio vedere la stanza n. 14.»
«Le stanze e le scale per i piani superiori sono state murate tutte. Tu sei l’unica paziente e le stanze ancora agibili sono solo due qui al piano terra.»
«Non è vero. Io ho parlato con Rebecca e mi ha detto che è nella stanza n. 14. È sempre stata lì.»
«Tu sei pazza», dice l’anziana donna uscendo dalla stanza. Fa rientro dopo un minuto, si avvicina a Luisa ha una mano nascosta dietro la schiena.
«Stammi lontana», grida Luisa.
«Tu hai bisogno solo di riposo, non preoccuparti.»
Luisa intuisce che nasconde qualcosa in mano che possa farle del male. Nella penombra non distingue molte cose della stanza. Indietreggia, urta contro la spalliera di una sedia.
«Stai tranquilla, tra poco sarà tutto sistemato e io continuerò a prendermi cura di te», dice l’infermiera che adesso ha tirato fuori la mano, confermando le intuizioni di Luisa. Ha una siringa per sedarla. La paziente prende la sedia dietro di sé e cerca di proteggersi dall’ago. L’infermiera con l’altra mano afferra una gamba della sedia e tenta di iniettare il sedativo. Luisa, prende la sedia con tutte e due le mani, la solleva in alto. É uno sforzo non indifferente per la sua condizione fisica, ma raccoglie tutte le forze. Sente una fitta nel fianco, è la puntura dell’ago. In quel momento abbassa la sedia concentrando tutte le forze che le sono rimaste, sono abbastanza per colpire in testa l’infermiera. La donna cade a terra. Non è riuscita a iniettare il sedativo. La striscia di luce proveniente dal corridoio, illumina un rivolo di sangue sul pavimento che proviene dalla testa.
Luisa è scossa, non ha mai fatto del male a una mosca. Il suo pensiero va alle altre pazienti e soprattutto a Rebecca. É l’unica che piò salvarla. Esce fuori nel corridoio, lo percorre tutto in cerca delle altre stanze. C’è solo quella che una volta era l’accettazione e un’altra camera con un letto, un comodino e una sedia. Va fino in fondo al corridoio. Si intuisce che c’era una scala che portava agli altri piani, ma adesso è murata. Tutto lì, non c’è altro. É disperata. Pensa, con chi ho parlato finora se le stanze non ci sono?
Torna nella sua camera. L’infermiera è ancora a terra. Le prende il polso per tastarlo, è freddissimo, non da segni di vita. Luisa non sa cosa fare. Dà un colpo al termosifone per chiedere aiuto: «Rebecca ci sei?». Non risponde nessuno. Dà due colpi, poi tre, poi un infinità, ma niente. Non sente alcuna voce.
«Cosa faccio adesso?», si chiede ad alta voce. Va verso la porta d’ingresso. La apre. È buio fuori, c’è la luna piena, un silenzio ovattato, una strana luce intorno. Luisa capisce che è in un posto isolato, in aperta campagna, tutt’intorno è ricoperto di neve, circa un metro, non può andare da nessuna parte. L’inverno è lungo in questo posto.
Torna dentro, va nella vecchia accettazione. Sulla scrivania c’è un vecchio telefono di bachelite. Alza la cornetta per chiamare qualcuno. Non c’è linea.

f.g.

Daughter

Run

La centralinista – II Parte

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Photo: Francesco Giannotti
Photo: Francesco Giannotti

Leggi la parte I

«Prendi la pillola che ti fa bene e poi mangia qualcosa», dice l’anziana infermiera dallo sguardo imperscrutabile, nascosto dietro gli occhiali da sole portati anche al buio.
«Fuori è giorno. Perché non apri la finestra?»
«La finestra deve restare chiusa. É per il tuo bene. Fammi vedere che hai preso la pillola, così ti lascio sola.»
«Voglio andare via!»
«Non pensarci, se sei qui è perché hai bisogno di aiuto. Prendi quella pillola.»
Luisa ingerisce la pillola.
«Ok, adesso riposati. Se ti serve qualcosa c’è il pulsante del campanello vicino al comodino.»
Luisa non assaggia neanche quello che c’è nel piatto. Appena la porta della stanza si chiude, si gira verso il termosifone e con le nocche dà quattro colpi.
«Chi è?», chiede una voca diversa dalle due precedenti.
«Ciao, sono Luisa della stanza n. 2, potrei sapere con chi sto parlando?»
«Ciao, sono Eleonora, sono nella stanza n. 16.»
«Scusami ti chiamavo solo per conoscerti. Ti dispiace se ci sentiamo un’altra volta?»
«Ok, ciao.»
«Rebecca ci sei?»
«Io ci sono sempre.»
«Va bene, mi hai convinta, almeno so di non essere sola qui dentro. Tu da quanto tempo sei qui?»
«Da molti anni, troppi.»
«Tu conosci l’infermiera?»
«Certo, la stronza.»
«Perché la chiami così?»
«Tra non molto te ne accorgerai. È una pazza assassina. Qualche anno fa, quand’era ancora una donna piacente, sedusse il direttore e proprietario di questa casa di cura. Dopo sei mesi i due si sposarono. Lei forte della sua nuova posizione cominciò a influenzare le scelte del direttore a discapito delle sue colleghe, per costringerle ad andare via. Loro, però, avevano capito il piano e si coalizzarono cercando di metterla in difficoltà. Il giorno del compleanno del direttore, gli propose di organizzare una festicciola. Per convincerlo gli disse: «ho notato un malumore tra le infermiere, bisogna tenerle un po’ buone.» Il marito accondiscese senza fare storie. In quel periodo lei veniva sempre nella mia stanza. Mi raccontava che suo marito si era fissato e che voleva avvelenare tutte le infermiere, perché secondo lui lo odiavano. Glielo aveva confessato lui stesso, le aveva anche detto che dopo averle avvelenate avrebbe fatto ricadere la colpa sulla paziente della stanza n. 14.»
«Chi c’era nella stanza n. 14?»
«Ci sono sempre stata io.»
«Perché incolpare proprio te?»
«Ero stata internata perché avevo tentato di avvelenare mia madre. Dissi all’infermiera che il direttore era sempre stato tanto buono, non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Lei mi rispose che ero libera di non crederle, tanto ne avrei pagato comunque le conseguenze. Le chiesi allora cosa potevo fare per salvarmi. Lei mi diede un coltello e mi disse: “se si verificherà quello che ti ho preannunciato, hai un solo modo per evitare che ti incolpi. Fallo fuori”. Il giorno del compleanno lei preparò la torta e diverse bevande. Quella sera tutte le infermiere cominciarono a sentirsi male per l’effetto del veleno, in pochi minuti erano tutte in fin di vita. Nessuna di loro si sarebbe salvata. Solo lei e il direttore erano ancora vivi, era stata attenta a preservarlo. Subito dopo venne da me piangendo e mi disse che le infermiere erano morte tutte e che siccome lui di lì a poco avrebbe chiamato la polizia, dovevo agire subito.»
«Cosa hai fatto?»
«Su suo consiglio ho suonato il campanello e ho cominciato a gridare. Quasi subito è arrivato il direttore seguito dalla moglie. Lui mi ha preso per le spalle dicendomi di calmarmi. La moglie da dietro diceva: “forse hai ragione a dire che è stata lei ad avvelenare le infermiere”. Lui fece un’espressione sorpresa e si girò indietro a guardare sua moglie. Io in quel momento, in preda al panico, presi il coltello che avevo nascosto sotto la coperta e gli sferrai un fendente che lo colpì dritto al cuore. Lui morì quasi subito cadendomi addosso e inondando me e il mio letto di sangue. In quel momento cominciai a gridare sul serio, mentre vedevo che la moglie dietro sorrideva.»
«Cosa è successo dopo?»
«Lei dopo aver chiamato la polizia, ha testimoniato dicendo che io avevo ucciso suo marito in modo brutale, che secondo lei anche l’avvelenamento delle infermiere era opera mia e che lei aveva sempre sospettato di me. Non gliela contavo giusta. Così mi arrestarono. Igiudici hanno creduto all’infermiera e non a me. Ho fatto qualche mese di carcere. In seguito hanno riconosciuta la mia infermità di mente.
Mi hanno assegnato a questa stessa casa di cura. Lei nel frattempo era diventata la nuova direttrice, grazie alla morte del marito. Non aveva più assunto infermiere. Faceva tutto lei, grazie al forte uso di sedativi. Mi disse che era stata lei a farmi tornare nella casa di cura. Se mi aveva accusata, lo aveva fatto per il mio bene e per quello dei pazienti. Se fosse andata lei in carcere, la casa sarebbe rimasta incustodita e non era possibile, ma aveva fiducia in me e per questo mi voleva come sua collaboratrice. Ero forte fisicamente e poi mi disse che potevo fare la centralinista per gestire le comunicazioni interne. Io ho accettato e ho svolto sempre il mio lavoro con dedizione.»
«Io, invece, non capisco perché mi trovo qui. Io non sono pazza.»
«Questo non posso stabilirlo io, ma molte che vengono qui, dicono così.»
La pillola fa effetto e Luisa mentre parla con Rebecca si addormenta. Dorme fino alla mattina successiva, quando arriva l’infermiera con un’altra pillola e come il giorno prima aspetta per assicurarsi che la ingerisca prima di andarsene. Per un mese le giornate trascorrono sempre uguali, pillola, chiacchierata con le voci del termosifone, dormita, pillola… Luisa non si rende conto del tempo che passa sempre intorpidita e se anche volesse non avrebbe la forza di reagire.

Leggi la parte III (finale)

Suzanne

Vega

Solitude Standing

La centralinista – I parte

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Photo ed elaborazione grafica: Francesco Giannotti
Photo ed elaborazione grafica: Francesco Giannotti

«Su mamma, svegliati che dobbiamo andare.»
Luisa viene svegliata dal sonno profondo, in cui si trovava grazie alla sua pillola: «che succede? Dove dobbiamo andare? Fuori è buio.»
«Lo sai mamma. Non te ne ha parlato Giacomo?», minimizza Sandra, la figlia maggiore, «dai, ti portiamo nell’auto.»
Giacomo insieme a Sandra e all’altra sorella Ginevra sorreggono per le braccia la madre, che non riesce a stare in piedi per l’effetto del sedativo, e la portano nell’auto.
È sera. La macchina parte.
«Dove andiamo?», chiede ancora Luisa.
«Mamma stai tranquilla, tra poco arriviamo», la rassicura Ginevra. Entrambe sono sedute sul sedile posteriore, «cerca di riposarti. È solo un controllo.»
Un minuto dopo, Luisa sta già dormendo con la testa appoggiata sulla spalla di Ginevra.

Hanno viaggiato per quattro ore. Luisa ha dormito per tutto il tempo. È arrivato il momento di scendere. Ginevra scuote un po’ sua madre afferrandole la spalla, «mamma dobbiamo scendere.»
«Perché è tutto buio? Dove siamo?», chiede ancora Luisa.
Nel luogo dove l’hanno portata non c’è illuminazione stradale, a ben guardare non c’è neanche una strada degna di questo nome. Piove a dirotto. Si vedono solo i fasci di luce dei fari riflessi sulla pioggia, la porta d’ingresso aperta di un edificio e la luce accesa al suo interno.
«Siamo arrivati mamma, adesso torni a letto a dormire», dice Sandra.
«Perché è tutto buio?», insiste Luisa.
«Sarà un black-out?»
L’edificio è completamente nascosto da un ponteggio. L’unica parte scoperta è l’ingresso. Sulla porta d’ingresso si scorge una figura minuta. È una donna molto magra, alta circa un metro e sessanta. Sembra più vecchia di Luisa, ha i capelli biondi, evidentemente tinti. È vestita da infermiera e ha un paio di occhiali da sole con le lenti circolari e i vetri a specchio. Giacomo sosta con l’auto proprio davanti all’ingresso. I tre figli fanno scendere la madre e la portano sugli scalini dell’ingresso.
«Buonasera», dice Giacomo, «siamo in perfetto orario come avevamo stabilito.»
«Buonasera, portatela nella prima stanza a destra», dispone l’infermiera.
La stanza è buia c’è solo la luce che proviene dal corridoio, «Fatela sdraiare sul letto, poi ci penso io.»
«Ci regoliamo come d’accordo?», chiede Giacomo all’infermiera tornando nel corridoio, «c’è ancora qualcosa che deve dirci?»
«No, andate pure. Con questo tempo terribile è meglio se chiudiamo la porta e pensiamo a sistemarci e riposare.»
«Allora noi andiamo.»
«Volevo salutare mamma», dice Virginia.
La vecchia allunga il braccio fino a toccare il muro con la mano per sbarrarle la strada: «è meglio di no. Meglio che non si accorga che la state lasciando qua. Potrebbe agitarsi.»
«Va bene allora andiamo», dice Virginia quasi presa dal rimorso. Giacomo e Sandra poggiandole una mano sulle spalle, la portano via con loro.
«Sei ancora sveglia?», chiede l’infermiera a Luisa.
«Chi sei? Voglio tornare a casa mia», risponde lei da un angolo buio della stanza.
«Sono una tua amica», dice la vecchia avvicinandosi al letto, «prendi questa pillola e stai tranquilla, domani ne parliamo.»
Luisa ingerisce la pillola e non passa molto tempo che ricade in un sonno profondo.

Luisa ha aperto leggermente gli occhi. È nel dormiveglia.  Ha dormito tutta la notte. Dalle imposte esterne della finestra, chiuse e bloccate, filtra una sottile striscia di luce, capisce che è giorno. Non è in grado di alzarsi. La pillola che ha ingerito ieri sera deve essere l’ennesimo sonnifero che la rende quasi un vegetale. Questa condizione iniziò qualche mese fa, quando Sandra le disse, dopo una visita dal medico, che per il suo bene doveva prendere quelle pillole. Lei da quel momento non è stata più la stessa. È vero dorme tranquilla, ma non ha più visto la luce del sole, sempre chiusa in casa e adesso in questo posto che non sa neanche cos’è. Vicino al letto di Luisa c’è un termosifone. Lo tocca con la mano e sente che è tiepido, non capisce se si stia raffreddando, scaldando o è la sua temperatura normale. Ritirando la mano fa un movimento brusco e urta con le nocche sul termosifone. L’urto produce un suono, come se avesse bussato.
«Chi sei?»
Luisa ha un sobbalzo. Una voce femminile sembra arrivare dal calorifero. Lei dopo un attimo di esitazione, dà di nuovo un colpo con le nocche.
«Ti ho già chiesto chi sei. Sei sorda?», dice la voce proveniente dal termosifone.
«Ti sento, tu chi sei?»
«Sono la paziente della stanza n. 14.»
«La stanza n. 14? Ma dove siamo qui?»
«Non sai neanche dove sei? Devi essere un caso grave. Siamo in una casa di cura per “fuori di testa”. Tu sei nella stanza n. 2 al piano terra.»
«Come fai a saperlo?»
«Io conosco tutte le stanze e tutti i collegamenti. Mi chiamano “Rebecca la centralinista”.»
«Quali collegamenti?»
«Quelli dei termosifoni. Ogni stanza ne ha uno e si può parlare con tutte.»
«Come è possibile? Come fai a parlare con tutte le stanze? É uno scherzo. Chi sei? Dove sei nascosta?»
«Non mi credi? Te lo dimostro subito. Batti tre colpi sul termosifone.»
Luisa batte i tre colpi.
«Chi è?», risponde una voce diversa da quella di Rebecca.
«Sono Luisa della stanza n. 2, sono nuova, tu chi sei?»
«Hai chiamato la camera n. 15. Benvenuta, sono Alberta, hai bisogno di qualcosa?»
«No grazie. Ti auguro buona giornata», si scusa Luisa, molto confusa, «Rebecca?»
«Cosa c’è?»
«Tu come fai a rispondere se non ti ho chiamato?»
«Ti ho appena detto che sono la centralinista, posso intervenire in tutte le conversazioni.»
«E se dò quattro colpi?»
«Prova!»
«Cosa fai parli da sola?», chiede l’infermiera che è appena entrata nella stanza buia, spingendo un carrello con sopra un recipiente di plastica contenente una pillola e un piatto di minestrina in brodo.
«No, cercavo di ricordare una poesia, parlavo ad alta voce», risponde Luisa, sparando la prima scusa che le viene in mente. Non crede neanche lei a quello che è appena successo, non è certo il caso di raccontarlo a una sconosciuta.

Leggi la II parte

Johh

Lennon

Isolation

Beghe veneziane

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«Mi stai facendo ombra. Io devo asciugarmi», sento queste parole, ma mi giro e non vedo nessuno, «stasera quando verrà la signorina Lucia, a legare il suo motoscafo, mi dovrà trovare asciutta e splendente.» Non mi sembra possibile, la voce viene dalla palina.
Mi trovo a Venezia per lavoro. Sono le otto, c’è poca gente. In questi giorni di mattina c’è sempre la nebbia in laguna. Stamattina, però, si è un po’ diradata e spunta perfino un raggio di sole. Sono appena uscito dal bar che si affaccia sul Canal Grande, per un caffè. Il sole è tiepido e sono fermo sulla sponda a dare un’occhiata al giornale e a scaldarmi un po’ prima di mettermi in attività, approfittando della calma prima del brulichio quotidiano dei turisti.
«Non posso rischiare che la signorina si imbratti le mani di vernice.», è proprio una palina che se la prende con una vecchia bricola, «hai capito?»

Palina e bricola - Venezia - Photo: Francesco Giannotti
Palina e bricola - Venezia - Photo: Francesco Giannotti

«Cosa vuoi?», risponde la bricola.
«Voglio che la smetti di farmi ombra. Trova un modo per spostarti.»
«Non ci penso neanche. Io sono qua fissa per lavorare. Non sto qui a prendere il sole o a farmi bella.»
«Vorrei ben dire. Lo vedo quanto sei rozza, grezza e tutta crepata. Con quelle cozze attaccate alle gambe poi. Sei inguardabile!»
«Ti ho detto di lasciarmi lavorare. Non ho tempo da perdere io. Più tardi arrivano i gondolieri a mangiare e se torna la nebbia hanno bisogno di me per orientarsi. Arriva anche il motoscafo dei carabinieri e io devo stare pronta a indicare la rotta. Ho da sgobbare io, altro che prendere il sole: roba da nullafacenti.»
«Sei soltanto una cafona. Il mio è un ruolo di rappresentanza. La mia signorina è fuori tutto il giorno a mantenere le pubbliche relazioni. È una donna di classe. La sua classe si distingue da come si veste, dalla leggerezza della sua imbarcazione e dall’eleganza, snellezza e cura della sua palina, che modestamente sarei io. Niente a che vedere col tuo mucchio di tronchi scuri e puzzolenti.»
«Questo mucchio di tronchi, come dici tu, ha la capacità di far da guida a centinaia di imbarcazioni, altro che rappresentanza. Eppoi, scusa, non sei di legno anche tu?»
«Si, ma io sono fatta di legno di robinia. Un legno esile leggero, ma molto resistente all’acqua e sono soprattutto molto curata. Mi verniciano ogni sei mesi, non come te.»
«Io sarò anche poco curata e non bella come te, ma quando la sera arrivano le barche dei tanti giovanotti e anche meno giovani che vengono a far visita alla tua signorina, nessuno si lamenta. Appena mi vedono dicono tutti: “ecco ci siamo, leghiamo la barca. Comincia la festa”. Non parlano certo di te e le barche le legano a una palina qualsiasi, anche quelle non verniciate. Sono più importante io per loro che gli indico il posto dove rifugiarsi. Ricordati, inoltre, che quei giovanotti, alla tua signorina di classe, fanno guadagnare anche i soldi per tenerti sempre bella verniciata. È anche grazie a me se puoi darti tante arie.»
La palina e la bricola continuano a litigare, intanto nella mia testa si fa spazio una confusione preoccupata. Penso, non è possibile che sento queste voci, devo essere molto stanco. Avrei voluto che ci fosse qualcuno per capire se anche loro sentissero le stesse voci o se è solo una mia suggestione. Potrei chiedere al barista, ma ho paura che non mi creda e che mi prenda in giro. Se le voci le sentissi solo io che figura ci farei? Mi sarei rovinato la reputazione e mi avrebbero detto che sono un pazzo.

Paline e pali - Venezia - Photo: Francesco Giannotti
Paline e pali - Venezia - Photo: Francesco Giannotti

Decido allora di andare in ufficio e cercare qualche collega e poi proporgli un caffè insieme. Sarebbe servito come scusa per farlo venire sul posto e vedere se anche lui sente quello che ho sentito io. Mi avvio per la calle che porta all’ufficio. Ho percorso a malapena una cinquantina di metri quando sento un fortissimo rumore metallico provenire dal canale. Torno indietro per vedere cosa è successo. Arrivo sul punto dov’ero prima e vedo uno spettacolo che mi sconvolge. Un traghetto ha fatto una manovra sbagliata ed è finito contro la sponda, proprio dov’ero io poco fa. Ha un’ammaccatura sullo scafo, ma nessun danno serio e soprattutto tutti i passeggeri sono incolumi. I passeggeri vengono fatti scendere per sicurezza. Il traghetto che funziona ancora viene fatto spostare per quantificare i danni e per fare una verifica più accurata dell’imbarcazione. Io ho ancora in mente il dialogo al quale ho assistito poco prima. Il traghetto è andato a sbattere proprio dove c’erano la bricola e la palina. Adesso che il traghetto si è spostato, corro subito con lo sguardo a cercare i due dialoganti. Non c’è più niente. La preoccupazione mi assale. Nella mia mente prende piede la paura che non riuscirò più a scoprire la verità su quello che mi era accaduto questa mattina. Mi sarei portato dentro per sempre un mistero irrisolto.
I passeggeri nel frattempo si sono allontanati per andare sulla fermata più vicina. Ormai la sponda è tornata a essere quasi deserta. Guardo ancora nell’acqua. Vedo che più avanti nel canale a una trentina di metri c’è qualcosa che galleggia. Mi porto più vicino e vedo che a pelo d’acqua ci sono la palina e la bricola che galleggiano l’una accanto all’altra. Entrambe sono in silenzio. Penso, sembrano morte, poi mi dico, ma sei impazzito? Quella di prima è stata solo un’allucinazione dovuta allo stress. Sono degli oggetti, non possono essere vivi.
Decido di tornarmene a lavorare altrimenti salta tutta la giornata. Mi volto per andarmene. Due passi appena e sento una voce che proviene dall’acqua alle mie spalle: «signore, signore, ci potrebbe aiutare?»

f.g.

Matt

Elliott

La Disputa