Dove sono?

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Come tutte le sere, Livio è andato a letto alle ventuno. Da questo orario non si sgarra. Ha quattro anni, per motivi a lui ignoti dorme sempre dai nonni. Io suoi genitori non sono lontani, abitano a meno di un kilometro dalla casa dei nonni. La madre è una casalinga, ma passa tutta la giornata dai nonni. Livio la mattina va alla scuola materna, torna nel pomeriggio, gioca e aspetta che suo padre torna dal lavoro. Suo padre non gioca molto con lui. Lo vede sempre pensieroso. È seduto con lo sguardo fisso da qualche parte, ma non dice nulla. Livio cerca di entrare nel suo cono visivo per attirare l’attenzione, ma non succede niente.
Cenano tutti assieme, poi i genitori e suo fratello più piccolo vanno via e lui resta a dormire dai nonni. Dorme in un letto a una piazza e mezza, posto nella camera da letto dei nonni. Stasera è andato a letto apparentemente tranquillo. La porta della camera da letto è chiusa, per non sentire la televisione che è nel soggiorno. La porta non è opaca, ha una parte in vetro traslucido, dal quale filtra la luce del soggiorno. Stasera prima di addormentarsi era un po’ turbato. Non riusciva a prendere sonno. Ogni tanto si lamentava con sua nonna perché il volume della TV era alto. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine si è addormentato.

«Cosa è successo?», dice Livio.
È seduto al centro del letto. È sudato, ha il respiro affannoso. Qualcosa deve averlo svegliato all’improvviso, forse un incubo, ma lui non ricorda niente. C’è qualcosa di molto strano. Ha gli occhi aperti, ma non vede niente, è il buio totale. Dovrebbe essere nella camera da letto dei nonni, ma nella camera da letto non c’è mai il buio totale, neanche di notte. C’è sempre un lumicino elettrico, acceso su un mobile, davanti alle foto dei figli defunti di sua nonna. Due zii, morti giovanissimi, ancora minorenni, a causa di una malattia rara. Livio non li ha mai conosciuti. Quella luce adesso non si vede più. Forse è andata via la corrente.
Ha una sensazione molto sgradevole che non ha mai provato nella sua breve vita. Non vede nulla e non riesce ad avere nessun punto di riferimento, non sa in che direzione è la porta del soggiorno, né dove sono i mobili. Potrebbe trovarsi in qualsiasi posto. Adesso ha molta paura. Decide di scendere dal letto. Comincia a camminare a tentoni, non sa dove andare. Si sposta lentamente, secondo lui avrebbe già dovuto intercettare l’altro letto, un mobile o un muro, ma niente. All’improvviso urta qualcosa. Si ferma. Non sa cosa sia, non riesce a capire. Sente una musica, non sa da dove proviene.
Forse è una televisione, o una radio, pensa, allora non è andata via la corrente, come mai non vedo niente? Sono cieco.
La paura e l’ansia aumentano a dismisura. Il cuore gli batte forte. Gli rimbomba nelle orecchie, come un tamtam nel buio. Si accovaccia da qualche parte e comincia a piangere forte.
«Nonna! Nonna! Nonnaaa!», chiama urlando, ma non arriva nessuno.
«Perché non c’è nessuno? Dove sono?»
Inizia di nuovo a gridare: «mamma! Mamma! Mammaaa!»
Sente il rumore di una porta che si apre. Un rumore sordo, come quello che si sente quando si spinge una porta fuori squadra che si incastra sul pavimento. Gli viene in mente la porta sgangherata, fatta di legno e rete metallica, del pollaio del nonno. Per aprirla e chiuderla bisogna sempre darle un calcio e lui non ci riesce mai. Questo pensiero ingigantisce la sua angoscia: «Dove mi trovo? Mi hanno rapito? Perché nessuno viene a prendermi?»
La sua mente ormai è intrappolata nei peggiori pensieri. Non riesce a vedere spiragli, né a reagire in alcun modo per venire fuori da quella situazione.
Proprio mentre sta per scoppiare di nuovo a piangere, Livio torna a vedere. Socchiude gli occhi e li protegge con la mano,  infastidito dalla luce forte della stanza. A poco a poco gli occhi si abituano. Vede sua nonna di fronte a lui che gli dice ridendo: «ma che ci fai in mezzo alla camera da letto, accovacciato sulla sedia, sotto la coperta? Sono le dieci di sera, ti sembra l’ora giusta per giocare a nascondino?»
Livio, con gli occhi pieni di lacrime, guarda sua nonna, ancora scosso.
La nonna lo prende in braccio e lo porta di là vicino al camino.

Paura del buio - Graphics: Francesco Giannotti
Paura del buio - Graphics: Francesco Giannotti

José Andrés

Tarifa Pardo

La sagra del buio

Nemo d’acqua dolce

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Fisheye - Elaborazione grafica: Francesco Giannotti
Fisheye - Elaborazione grafica: Francesco Giannotti

Dedicato al pesce rosso di yuppiett

«Vorrei diventare come te e nuotare in acqua, senza che nessuno possa vedermi», Nemo parla con il pesce rosso che ha pescato nello stagno di fronte a casa sua. Il pesce non risponde. È immobile di fronte a Nemo e lo fissa attraverso il vetro della vaschetta.
Come ogni pomeriggio, tornato da scuola, è solo in casa. Ha dodici anni, ma è abbastanza autonomo. Si prepara da mangiare, riscalda la pasta che le ha preparato sua madre la sera prima o frigge due uova o un hamburger o una fettina di carne, le uniche cose che sa preparare. Dopo dovrebbe studiare, ma la solitudine e la malinconia spesso prendono il sopravvento. I suoi genitori sono al lavoro tutto il giorno e, anche quando sono a casa, lui continua a sentirne la mancanza.
Sua madre è costantemente depressa, si lamenta per la vita che avrebbe desiderato, ma che non è mai riuscita a realizzare. Si perde in lunghissimi sproloqui che spesso terminano in un litigio o in una sfuriata con Nemo o con suo padre.
Suo padre è il direttore dell’acquario di una città vicina. È preso solo dal suo lavoro, vede solo pesci, parla di pesci e quando Nemo cerca di richiamare la sua attenzione, dopo un’iniziale ascolto, torna ai suoi pensieri e resta muto come un pesce.
É stato lui a regalargli il primo acquario di pesci tropicali, cercando di trasmettergli la passione per i pesci in cattività. In seguito gli acquari sono diventati tre. La verità è che si occupa lui della cura, dell’allestimento e della scelta delle specie. Nemo è quasi indifferente a tutto questo. Il nome di suo figlio lo aveva scelto lui. Non era ispirato al capitano del Nautilus, ma al protagonista del film d’animazione. Da quando Nemo aveva scoperto che il suo nome in latino significa “nessuno”, si convinceva sempre di più che quello fosse il suo destino: essere nessuno.
Nemo ha una passione solo per un tipo di pesce: i pesci rossi che si trovavano anche nello stagno di fronte a casa sua. É molto preso da quello che aveva pescato qualche giorno fa. Lo tiene in una vasca a parte. Gli ha costruito i suoi rifugi. Lo osserva tutti i giorni. Immagina sempre di nuotare insieme a lui.
Un giorno durante il solito monologo, sul suo desiderio di trasformarsi in pesce, fatto davanti alla vaschetta, il pesce rosso salta dall’acquario. Nemo lo vede a terra che si rivolta su entrambi i lati. Lo prende e lo rimette in acqua, dopo pochi minuti il pesce risalta. Il ragazzo lo rimette di nuovo in acqua. Il pesciolino dopo esser rimasto immobile per alcuni secondi, inizia una sorta di una danza circolare. Nemo lo osserva meravigliato. Dopo una ventina di giri, sale fino al pelo dell’acqua e galleggia immobile adagiato su un fianco. Nemo credendo che sia morto, a bocca aperta si avvicina al bordo dell’acquario. In quel momento il pesce, con un guizzo, salta nella sua bocca.
Nemo si sente mancare l’aria, non riesce a sputare quel pesce, è finito diretto in gola. Apre la porta e corre fuori, nella speranza di incontrare qualcuno che lo aiuti. Non c’è nessuno. Fa di corsa i cinquanta metri che lo separano dallo stagno e si tuffa dentro. Ancora non riesce a respirare. È passato abbastanza tempo, ma nonostante non riesca a respirare non perde conoscenza. Immerso nell’acqua torbida anche con la testa, sente che qualcosa sta cambiando. La sua pelle comincia a diventare rossa e squamosa. Ha la sensazione di avere le gambe fasciate assieme. Non riesce più a muovere i piedi e non sente più le dita. La stessa cosa avviene per le dita delle mani e le braccia si assottigliano a vista d’occhio. Ha l’impressione che sul corpo si stiano formando nuove escrescenze. Intento a cercare di capire, a un tratto si accorge che non sente più l’asfissia. Sta respirando, ma è ancora sott’acqua. Vorrebbe uscire per tornare a casa e guardarsi allo specchio, ma non riesce ad alzarsi in piedi per uscire dallo stagno. Adesso, però, Nemo nuota benissimo. È diventato un bellissimo esemplare di pesce rosso, molto più grande degli altri esemplari della sua specie. Si inoltra nello stagno e inizia a esplorarlo. È un mondo sconosciuto. Nuota da circa mezz’ora senza sapere cosa fare, la luce comincia ad affievolirsi. Nemo scorge un grosso tronco di un albero, quasi del tutto cavo, adagiato sul fondo dello stagno. È aperto sui due lati. Può entrare e uscire comodamente, lo sceglie come rifugio. Vi entra per passare la notte. È quasi buio, ha paura in quel nuovo ambiente. Pensa, perché sono qua? Voglio i miei genitori, chissà cosa fanno?
I genitori sono già tornati a casa. Hanno trovato la porta aperta. La madre chiama Nemo. Non riceve risposta, va a cercarlo nella sua stanza, non c’è, anche il bagno è vuoto. Il padre nota subito che il pesce rosso non è più nella vaschetta. La madre continua a chiamare e a cercare, poi presa dal panico dice al marito: «Nemo non c’è, dove sarà andato?»
«Non lo so, ma il suo pesce rosso non c’è più. Potrebbe essere andato a riportarlo nello stagno.»
Escono entrambi e vanno sulla riva dello stagno e cominciano a chiamarlo, ma niente. Si dividono, uno va in una direzione e l’altro in quella opposta, continuano a chiamarlo, ma di Nemo nessuna traccia. Si rivolgono alla polizia. Gli agenti cercano di tranquillizzare soprattutto la madre. Dicono di aspettare, potrebbe essere solo una bravata e che l’indomani con la luce del sole avrebbero fatto ricerche più approfondite.

§§§

Sono ormai trascorsi cinque giorni nella nuova vita da pesce rosso. Nemo ha preso un po’ di confidenza con l’ambiente, anche se la maggior parte del tempo lo passa nel suo nascondiglio. Esce solo perché spinto dalla fame. Istintivamente cerca il cibo drenando la melma nel fondo dello stagno o scandagliando le alghe, alla ricerca di gamberetti, insetti e larve, ma la paura è molto forte e passa poco tempo a cercare il cibo. La sua fame aumenta di giorno in giorno.
Questa mattina, mentre cerca del cibo appena fuori dal suo tronco rifugio, vede un grosso verme luccicante fermo sul fondo. In un attimo lo risucchia. Gli torna in mente il giorno in cui il pesce rosso gli è saltato in bocca, ma adesso è lui a decidere cosa fare. Non ha neanche ingurgitato l’insetto che sente una fitta alla bocca, un dolore sempre più forte e sente tirare. C’è qualcosa che lo tira, ma molto forte. Lui dapprima fa resistenza poi il dolore è così atroce che cede. Viene tirato verso l’alto, nel tragitto si rende conto che ha un grosso amo conficcato in bocca e che è stato pescato da qualcuno. Ha pescato tante volte anche lui, si rende conto solo ora del male che procurava ai pesciolini. Ormai e quasi in superficie. Vede la sagoma di una barca.
«Ehi! Questo non è un pesce siluro», dice uno dei due pescatori.
«Sembra un pesce rosso, ma è gigante, non sapevo che ne esistessero così grandi.»
«Cosa ce ne facciamo? Lo liberiamo?»
«No, sei scemo? Vediamo se esiste o è una specie nuova. Potremmo farci un po’ di soldi.»
«Come facciamo a saperlo?»
«Non conosci il Dott. Dell’Acqua, il direttore dell’acquario?»
«No.»
«Abita vicino allo stagno. Stasera vado da lui. Mettiamo il pesce nel bidone e torniamo subito a casa.»
I due a casa provvedono a trasferire Nemo in una vasca da bagno colma d’acqua, in attesa della sera.
Il padre di Nemo è appena tornato dal lavoro. Vede l’uomo che lo attende davanti alla porta.
«Buonasera dott. Dell’Acqua, come va?»
«Salve, come vuole che vada, la mia vita è diventata un inferno.»
«Ho saputo di suo figlio…»
«Ha qualche notizia sulla scomparsa?», lo interrompe subito.
«No, però ho una cosa da farle vedere, se posso rubarle dieci minuti e viene a casa mia.»
«Non ho tempo, sono stanchissimo e devo vedere con mia moglie se ci sono risposte agli appelli fatti in televisione e sui giornali.»
«Facciamo in fretta. Oggi, nello stagno, abbiamo pescato un pesce rosso lungo un metro e sessanta e volevo farglielo vedere.»
«Non è possibile, i pesci rossi arrivano massimo a trenta centimetri e non ci sono delle specie di pesci rossi così grandi.»
«Lo so, per questo voglio che lo veda.»
«Va bene, vengo, ma solo per dieci minuti», dice il direttore non potendo resistere a una curiosità più forte di lui.
Quando entrano nel bagno a casa del pescatore, Nemo riconosce suo padre e comincia ad agitare tutte le pinne. Vorrebbe tanto che lo riportasse a casa. La strettezza della vasca e il movimento provocano molti schizzi d’acqua.
«Che strano», dice il pescatore, «è stato sempre tranquillo, neanche quando l’abbiamo tirato su dall’acqua ha fatto tutti questi movimenti.»
«È incredibile», dice il direttore, «presenta tutti i caratteri del Carassius auratus, solo che le dimensioni sono enormi. È sicuramente una grande scoperta.»
«L’ho pensato subito.»
«Io devo andare assolutamente. Facciamo così, se lei mi fa il favore di tenerlo per questa notte, io domani mattina mando una squadra a prelevarlo per portarlo all’acquario.»
«Dottore, io dovrei parlare prima con il mio amico.»
«Ho capito, poi ci mettiamo d’accordo. La direzione dell’acquario provvederà a rimborsare quanto dovuto. L’unico favore che le chiedo è quello di sostituire l’acqua, perché altrimenti muore per asfissia. Ci sentiamo domani.»
L’indomani, come previsto, Nemo viene trasferito nell’acquario.
Viene messo da solo in una vasca, nella quale è stato ricreato l’habitat di uno stagno. La prima cosa che fa, nel suo nuovo ambiente, cerca un rifugio e si nasconde. Nei giorni seguenti non fa altro che restare nascosto, mangia raramente. Esce dal rifugio solo di notte o quando suo padre arriva a controllare. Se controlla dal vetro, dalla parte dei visitatori, Nemo si avvicina a lui dando dei colpi sul vetro con la bocca. Se controlla dall’alto sul bordo della vasca, Nemo sale in superficie tira fuori la bocca facendo molte bolle d’aria. Il direttore, allora, chiama un addetto per far portare del cibo. Alla sua vista Nemo sparisce di colpo. Che strano comportamento, pensa il direttore, solo davanti a me non scappa, questo caso è molto interessante e va studiato sicuramente.
Di giorno Nemo, in presenza di visitatori resta nascosto. In alcune occasioni, quando suo padre decide di passare a controllare la situazione, Nemo esce dal rifugio e comincia a compiere delle sue evoluzioni anche davanti ai bambini presenti che lo applaudono. La presenza di suo padre a osservarlo lo fa sentire tranquillo. Vorrebbe richiamare l’attenzione e dirgli tante cose, ma è imprigionato in quel corpo rosso. Di notte, quando resta solo, spesso si ritrova a piangere. Le lacrime nell’acqua non si vedono. L’acqua dà la sensazione di essere immersi nel pianto. Aveva sempre pensato che vivendo come un pesce si sarebbe sentito meno solo, ma adesso capisce quanto gli mancano quei genitori distratti che aveva sempre odiato.
Ironia della sorte proprio adesso che è sparito dalla sua famiglia, è diventato il centro di tutte le attenzione di suo padre.
Una di quelle notti solitarie nella vasca, preso dall’esasperazione, fa un balzo. Saltando, finisce fuori dall’acquario. Una volta sul bordo emette una specie di starnuto. Il pesciolino rosso che tempo addietro gli era saltato in bocca, viene fuori e finisce in acqua. Lui sentendosi mancare l’aria, compie dei balzi per raggiungere di nuovo l’acqua, ma non ci riesce. Dopo diversi tentativi rimane fermo sul pavimento. È rassegnato. Pensa che stavolta non c’è più niente da fare. Sviene.
Da quel momento succede qualcosa di strano. Inizia a perdere le squame. Le branchie cominciano a chiudersi, non respira. Si risveglia, Fa un ultimo balzo, alcune pinne cadono.

La mattina seguente, l’addetto alla nutrizione, trova il corpo di un ragazzino svenuto sul bordo della vasca. Chiama il direttore che accorre subito. Lo vede di spalle. Giace su un fianco, in mezzo al materiale organico, perso dal suo corpo, in avanzata decomposizione. C’è un forte odore di pesce marcio. Il direttore guarda nella vasca. Un piccolo pesce rosso nuota spaesato nell’enormità dell’acqua. Pensa frastornato, cosa sta succedendo? Prende il ragazzo per una spalla e lo gira in posizione supina. Nemo apre gli occhi. Il direttore con gli occhi sgranati per la sorpresa grida: «Nemo, sei tu?»
Lo abbraccia forte, nel mentre la sua mente ricostruisce l’accaduto, «eri tu il pesce dell’acquario. Per questo in mia presenza ti agitavi in quel modo, come ho fatto a non accorgermi di niente?»
Nemo si stringe forte a suo padre, con una faccia serena come non l’ha mai avuta e dice: «Papà torniamo a casa da mamma, ho fame.»

nKantu d’Aziz

L’uomo pesce

Sogno sul filo (reloaded)

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Clicca sull’immagine per ingrandirlaAppesi a un filo - Graphics: Francesco Giannotti

Appesi a un filo - Graphics: Francesco Giannotti
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Pubblicato il 30 settembre 2014 su Libero

Max

Gazzè

Sul filo

Siamo tutti fosforescenti

delego.in.phosphorescent
delego.in.phosphorescent

Poco fa girando per i blog di WordPress, mi sono accorto che alcuni collegamenti sono fosforescenti verde o rosso. Mi ricordano Homer Simpson quando era contaminato. Colgo l’occasione per fare un omaggio.

Aggiornamento: i link in questo momento, 23/09/2015 sera, sono tornati normali. Sarà stato un esperimento di WordPress, una tempesta magnetica o una mia allucinazione?

Drosere vegetariane

Era difficile percepire a prima vista che quella foresta non era come le altre. Bisognava andare a fondo per scoprire che qualcosa era intervenuto per modificare in modo sconcertante il normale andamento delle cose. Le piante erano piante, coi loro rami le loro foglie. Un dettaglio impercettibile e casuale mi aveva rivelato lo sconvolgimento avvenuto. Mi ero soffermato a osservare la bellezza di una pianta carnivora: una drosera. Ce n’erano tante. Subito ho notato qualcosa di strano. Un moscone si era appena posato sulla piantina. Già prefiguravo la scena del moscone che cercava di liberarsi inutilmente e la successiva digestione  della quale sarebbe stato vittima. Dopo qualche secondo, invece, l’insetto vola via come se niente fosse successo. Più tardi mentre riposavo sotto un albero ho visto delle foglie verdi cadere dall’alto. Una va a finire su una drosera e vi resta appiccicata. Provo a staccarla con le dita, ma faccio un po’ fatica, allora desisto. Più avanti vedo altre drosere con delle foglie appiccicate sopra in decomposizione.
Le piante carnivore in quella foresta erano vegetariane. Lo erano diventate o lo erano sempre state, chissà.
Sarà stato l’inquinamento?

Drosera-rotundifolia1
Elaborazione immagine: F. Giannotti

Fantasticavo con la tastiera sotto le dita. A un certo punto incuriosito ho cercato “piante carnivore vegetariane” in un motore di ricerca su internet. Con grande sorpresa trovo questi link:

Piante carnivore diventano “vegetariane” per colpa dell’inquinamento

Pollution makes carnivorous plants go vegetarian

Reliance on prey-derived nitrogen by the carnivorous plant Drosera rotundifolia decreases with increasing nitrogen deposition

Non li avevo mai letto prima, ma corrispondevano alla mia fantasia nella quasi tonalità. Mancava solo la nutrizione tramite le foglie di altri alberi.
Quando si dice che la realtà supera la fantasia…

Alan Menken

O.S.T. La piccola bottega degli orrori

Mean Green Mother From Outerspace

Melodie della mente (reloaded)

Piano b.
Graphics: Francesco Giannotti

Melodie della mente *

In cammino tra ebano e avorio
Sguardo di gatto nero
tra carezze di tulle bianchi.
Alternate melodie.
Danzano ballerine
tra sommesse vestiture
e saltanti danzatrici.
Melodie della mente.

* Non è una poesia, ma la “descrizione di un’immagine mentale”.

Soap & Skin

Spiracle