Chi mi segue?

 

Oggi mi è arrivata la notifica, in cui si dice che il mio blog è seguito da 100 persone o followers. A qualcuno possono sembrare pochi, perché sono abituati a diverse centinaia o migliaia. Per uno che a volte soffre di manie di persecuzione la cosa può diventare veramente inquietante.
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Visto che vi piace seguirmi, non dimenticate di visitare il nuovo blog Cartelle condivise e magari anche di collaborare.

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Soap&Skin

Boat Turns Toward The Port

Ci vogliono le palle

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Sempre più spesso sento dire, anche da persone che non valgono niente, che ci vogliono le palle. Sono seriamente preoccupato.

Palle - Photo: Francesco Giannotti
Palle - Photo: Francesco Giannotti

Ho deciso di portare questa foto nel portafogli per dimostrare che io le palle ce l’ho perfino sotto casa e per precauzione ne ho anche una di scorta. Di sera, inoltre, si illuminano.

Deep Purple

Fireball

Acchiapp a chist!

Da un po’ di mesi, ogni tanto nella mia casella di posta, appare un e-mail con il seguente messaggio:

Io sono sempre in contatto con voi per quanto riguarda il nostro ritardo Clienti, che è morto senza volontà, ha lasciato dietro la somma di US $ 17,3 milioni nel nostro Istituto finanziario.

Ho urgente chiedo la vostra approvazione, per presentarvi quale parente più prossimo. Se questo si adatta il vostro interesse, si prega di inviare il vostro cellulare / telefono, nomi completi, Occupazione e Age

Mr.Kelvin Roberts

Quando l’ho letta la prima volta, sono scoppiato subito a ridere. Mi è subito venuto in mente una scena del film “Totòtruffa ’62” con Totò e Nino Taranto. La scena è quella in cui Totò, travestendosi da ambasciatore del Katonga* e il suo assistente (Nino Tarnato) cercano di truffare un ingenuo presunto erede di uno zio emigrato in Katonga.
Per chi non l’avesse mai visto, consiglio di vedere il video.
Il film è stato girato nel 1961. A parte che questa truffa non so se l’avessero mai attuata nella realtà o se fosse solo un invenzione del film. Resta il fatto che dopo 55 anni c’è qualcuno che ancora se ne serve, anche se solo per estorcere dati personale.

* Il Katonga come stato non esiste, anche se  Kasa-Vubu e Mobutu, citati nella scena, sono politici africani realmente esistiti. Cercando su Google Maps ho visto che esiste il fiume Katonga in Uganda. Stranamente il sito mi marca un villaggio un po’ distante dal fiume, del quale allego il link per i curiosi https://www.google.it/maps/place/Katonga+River,+Uganda/@0.0505382,31.2002656,16.2z/data=!4m2!3m1!1s0x17629cec8b4139f5:0xb3cc3d5305bf95c9
La particolarità che mi ha colpito è che in questo villaggio in Africa (che osservando meglio è sull’Equatore, ci sono: una chiesa Cattolica Romana, una Discipleship church (non ne sono sicuro, ma potrebbe essere una chiesa Cristiano Evangelica) e una  moschea. Tutto questo all’Equatore.

La mela di Odessa

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Photo: F. Giannotti
Photo: F. Giannotti

Ieri stavo cercando su Youtube dei gruppi di rock progressivo italiani meno famosi.  Nei risultati della ricerca mi appare anche “La mela di Odessa” un pezzo degli Area. Non ho potuto fare a meno di riascoltare questo gruppo e la voce inimitabile di Demetrio Stratos. Il testo si ispira a un fatto realmente accaduto, come spiega Patrizio Fariselli nel disco “Are(A)zione” alla fine del brano “Luglio Agosto Settembre (nero)”. In effetti è stato separato male e dovrebbe corrispondere alla presentazione del brano successivo: “Questo pezzo trae spunto da un fatto successo nel 1920, cioè quando un artista, un dadaista di nome Apple dirottò una nave tedesca regalandola ai Russi, che avevano appena fatto la rivoluzione. La portò ad Odessa, i russi fecero una grandissima festa, fecero saltare sia la nave sia i tedeschi, e questo pezzo si chiama La mela di Odessa

A prescindere dalle ideologie politiche, trovo questo brano particolare e stupendo. Dopo averlo ascoltato mi è venuta voglia di mangiare una mela, ma al momento di accoltellarla (si, perchè io non la mangio a morsi) mi ho avuto un’idea: utilizzarla per un post sulla “Mela di Odessa”.
Il risultato è nelle foto. Non sono confezionate benissimo, perchè non posseggo un numero sufficiente di flash per illuminare in un certo modo.
Posso garantire, però, che le mele vengono dalla pianta di un mio amico in Valtellina e non è stato usato alcun antiparassitario. Si vede anche dal buco sulla mela.
Ho cercato di aggiustare il tutto con alcuni filtri di GIMP.

Photo: F. Giannotti
Photo: F. Giannotti

Area

La mela di Odessa

Francesca

Francesca, l’avevo conosciuta alla fermata dell’autobus che prendevo per andare all’università. Abitavamo nello stesso comune. Minuta, occhi neri e un sorriso che ti fa venire voglia di volerle bene e perfettamente intonato con la sua dolcezza. Eravamo coetanei. Non c’è mai stato niente tra di noi oltre l’amicizia. Lei era molto credente, io l’opposto. Frequentava la comunità di una chiesa e di un parroco che da un po’ di tempo è diventato molto famoso.

Avevamo avuto molte discussioni, sempre pacate, sulla religione. Se fosse più giusta la mia posizione o la sua al riguardo, ma finita la discussione, i nostri punti di vista su molte cose tornavano a incrociarsi.

Quando io mi sono trasferito a Milano, ci siamo persi di vista. Mi capita spesso con gli amici. Cambio ambiente e mi allontano, però, congelo l’immagine in me e quelle persone rimangono sempre le stesse.

Cinque anni fa, una di quelle due tre volte all’anno in cui vado a far visita ai miei genitori, mia madre mi chiese: «ricordi Francesca? Quella ragazza che una volta è venuta anche a casa?»

«Certo che me la ricordo, perchè?»

«Qualche giorno fa è morta.»

Non ci potevo credere. Le ho chiesto come era morta, ma non ha saputo dirmelo.

Ho chiesto a qualche amico, mi è stato detto che è morta di tumore fulminante. In poco più di un mese. Sono tantissimi i casi nella mia zona, da anni.

Sono rimasto alcuni giorni a casa dei miei ripensando a Francesca.

Sono tornato a Milano. Il sabato successivo, ero in Corso Buenos Aires con mia moglie per fare delle compere. C’era il sole, ma faceva molto freddo. Appena uscito dalla metropolitana ho cominciato a passeggiare, la mia attenzione è caduta su una cavolaia. Quelle farfalle bianche con un punto nero sulle ali. Era pieno inverno e volava in una zona trafficata di Milano. Volava all’altezza delle tende e delle insegne dei negozi.

L’ho fatto notare a mia moglie che era poco interessata. La passeggiata è proseguita fino quasi a piazzale Loreto. Per tutto il tragitto non ho perso di vista la farfalla. Volava facendo lo stessa strada e rispettando gli stessi tempi. Quello che dirò adesso potrà sembrare molto stupido o poco razionale. Io in quel momento pensavo a Francesca e ho avuto la senzazione che la farfalla che mi accompagnava avesse attinenza con lei.

Era lì per salutarmi per l’ultima volta.

Alexi

Murdoch

Breathe