La centralinista – III Parte (Finale)

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Photo: Francesco Giannotti
Photo: Francesco Giannotti

Oggi dalla fessura tra le imposte c’è una luce diversa, un po’ più grigia, deve esserci cattivo tempo fuori. L’infermiera entra con il solito carrello. Lo avvicina alla paziente per farle prendere la pillola. Luisa poggia la mano sul recipiente ma non trova niente. Ha un attimo di esitazione, poi pensa, l’avrà dimenticata o le sarà caduta, nel suo torpore ha la sveltezza per approfittarne. Fa finta di prenderla e poi esegue il gesto di portarsela alla bocca, fingendo di ingoiarla. Nel buio della stanza, l’altra donna, non si accorge della messinscena di Luisa e quando vede che non c’è più la pillola nella vaschetta, esce dalla stanza.
Luisa sa che in questo modo riuscirà a restare sveglia tutto il giorno, ma deve stare attenta a non farsene accorgere. Pensa che sarà meglio starsene a letto senza muoversi, se dovesse entrare l’infermiera farà finta di dormire. Decide di non parlare neanche con il termosifone. Sa che se riesce a non farsi scoprire fine a domani mattina, ha la possibilità di mettersi in forza e tentare qualcosa per andare via da quel posto. Mangia anche quello che c’è nel piatto e poi si mette a letto, cercando di pensare a cosa fare l’indomani. La sera sente entrare l’infermiera, ma lei simula il sonno, la donna le va vicino e la scuote. Luisa non apre gli occhi. È spaventata, non aveva previsto questa situazione. Lei, però, continua a simulare il sonno e pensa, forse sta controllando se il sonnifero fa ancora effetto. Dopo averla scossa tre volte, l’infermiera esce dalla stanza.
Fuori è ancora notte. Luisa si è addormentata davvero, dopo che l’infermiera è andata via. Non sa per quanto tempo ha dormito, adesso però è sveglia. Si alza dal letto. È la prima volta che si alza in piedi da sola da diversi mesi, appena è in piedi, ha un giramento di testa, si risiede subito sul letto. Ha visto che le gambe però reggono. Attende cinque minuti e si rialza. Fa alcuni passi per la stanza cercando di non urtare niente per non fare rumore. Non sa che ore sono e quanto tempo ha dormito. Nel corridoio la luce è sempre accesa. Urta il termosifone.
«Chi è?», chiede la voce di Rebecca, «perché non rispondi?» Luisa trattiene il fiato. Teme che possa essere scoperta. La porta si apre.
«Che fai in piedi?», dice l’infermiera.
«Niente, faccio due passi per la stanza.»
«Tu sei sveglia, devi prendere la pillola», dice allarmata, «poco fa ti ho scrollata e non ti svegliavi, adesso cammini anche, come è possibile? Fingevi? »
«Io vado via. Chiama i miei figli fammi venire a prendere», grida Luisa.
«Chi sono i tuoi figli? »
«Non li hai visti? Mi hanno accompagnato qui.»
«Quelli erano i tuoi figli? Io conoscevo solo l’uomo, mi aveva telefonato due giorni prima, mi aveva detto che aveva una persona da portare qui. Mi ha parlato di una vecchia zia da rinchiudere. Non voleva spendere troppo e io sono molto economica. Qui non c’è bisogno neanche del parere del medico. Non viene nessuno a controllare. Basta pagare e al resto penso io. Non si è mai lamentato nessuno, neanche i pazienti.»
«Chiamali ti ho detto, falli venire.»
«Io non so il numero, chi porta qualcuno qui non deve farsi più vivo, paga la quota e basta. Mi invia i soldi al mio fermoposta ogni due mesi. Questi sono i patti.»
«E se non pagano come fai a contattarli?
«Non li contatto. Se salta più di un pagamento, so come sistemarli e dopo ci penso io a sistemare anche la paziente.»
«Come?»
«So io come.»
«Io vado via.»
«Tu non ti muoverai da qui. Ho concluso un accordo. Sei un mio investimento.»
«Io so tutto di te, chiamerò la polizia.»
«Provaci, vediamo come fai. Cosa sapresti di me?»
«So che hai avvelenato le infermiere e che hai spinto una paziente a uccidere tuo marito.»
L’infermiera un po’ alterata, le chiede: «Chi ti ha detto queste cose?»
«Rebecca.»
«Chi sarebbe questa Rebecca?»
«La paziente della stanza n. 14, la centralinista.»
«Ah! Quella Rebecca… e quando te l’ha detto?»
«Pochi giorni fa.»
« Ahahahah! Rebecca è morta quindici anni fa.»
«Voglio vedere la stanza n. 14.»
«Le stanze e le scale per i piani superiori sono state murate tutte. Tu sei l’unica paziente e le stanze ancora agibili sono solo due qui al piano terra.»
«Non è vero. Io ho parlato con Rebecca e mi ha detto che è nella stanza n. 14. È sempre stata lì.»
«Tu sei pazza», dice l’anziana donna uscendo dalla stanza. Fa rientro dopo un minuto, si avvicina a Luisa ha una mano nascosta dietro la schiena.
«Stammi lontana», grida Luisa.
«Tu hai bisogno solo di riposo, non preoccuparti.»
Luisa intuisce che nasconde qualcosa in mano che possa farle del male. Nella penombra non distingue molte cose della stanza. Indietreggia, urta contro la spalliera di una sedia.
«Stai tranquilla, tra poco sarà tutto sistemato e io continuerò a prendermi cura di te», dice l’infermiera che adesso ha tirato fuori la mano, confermando le intuizioni di Luisa. Ha una siringa per sedarla. La paziente prende la sedia dietro di sé e cerca di proteggersi dall’ago. L’infermiera con l’altra mano afferra una gamba della sedia e tenta di iniettare il sedativo. Luisa, prende la sedia con tutte e due le mani, la solleva in alto. É uno sforzo non indifferente per la sua condizione fisica, ma raccoglie tutte le forze. Sente una fitta nel fianco, è la puntura dell’ago. In quel momento abbassa la sedia concentrando tutte le forze che le sono rimaste, sono abbastanza per colpire in testa l’infermiera. La donna cade a terra. Non è riuscita a iniettare il sedativo. La striscia di luce proveniente dal corridoio, illumina un rivolo di sangue sul pavimento che proviene dalla testa.
Luisa è scossa, non ha mai fatto del male a una mosca. Il suo pensiero va alle altre pazienti e soprattutto a Rebecca. É l’unica che piò salvarla. Esce fuori nel corridoio, lo percorre tutto in cerca delle altre stanze. C’è solo quella che una volta era l’accettazione e un’altra camera con un letto, un comodino e una sedia. Va fino in fondo al corridoio. Si intuisce che c’era una scala che portava agli altri piani, ma adesso è murata. Tutto lì, non c’è altro. É disperata. Pensa, con chi ho parlato finora se le stanze non ci sono?
Torna nella sua camera. L’infermiera è ancora a terra. Le prende il polso per tastarlo, è freddissimo, non da segni di vita. Luisa non sa cosa fare. Dà un colpo al termosifone per chiedere aiuto: «Rebecca ci sei?». Non risponde nessuno. Dà due colpi, poi tre, poi un infinità, ma niente. Non sente alcuna voce.
«Cosa faccio adesso?», si chiede ad alta voce. Va verso la porta d’ingresso. La apre. È buio fuori, c’è la luna piena, un silenzio ovattato, una strana luce intorno. Luisa capisce che è in un posto isolato, in aperta campagna, tutt’intorno è ricoperto di neve, circa un metro, non può andare da nessuna parte. L’inverno è lungo in questo posto.
Torna dentro, va nella vecchia accettazione. Sulla scrivania c’è un vecchio telefono di bachelite. Alza la cornetta per chiamare qualcuno. Non c’è linea.

f.g.

Daughter

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Pubblicato da

delegointe

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