La centralinista – II Parte

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Photo: Francesco Giannotti
Photo: Francesco Giannotti

Leggi la parte I

«Prendi la pillola che ti fa bene e poi mangia qualcosa», dice l’anziana infermiera dallo sguardo imperscrutabile, nascosto dietro gli occhiali da sole portati anche al buio.
«Fuori è giorno. Perché non apri la finestra?»
«La finestra deve restare chiusa. É per il tuo bene. Fammi vedere che hai preso la pillola, così ti lascio sola.»
«Voglio andare via!»
«Non pensarci, se sei qui è perché hai bisogno di aiuto. Prendi quella pillola.»
Luisa ingerisce la pillola.
«Ok, adesso riposati. Se ti serve qualcosa c’è il pulsante del campanello vicino al comodino.»
Luisa non assaggia neanche quello che c’è nel piatto. Appena la porta della stanza si chiude, si gira verso il termosifone e con le nocche dà quattro colpi.
«Chi è?», chiede una voca diversa dalle due precedenti.
«Ciao, sono Luisa della stanza n. 2, potrei sapere con chi sto parlando?»
«Ciao, sono Eleonora, sono nella stanza n. 16.»
«Scusami ti chiamavo solo per conoscerti. Ti dispiace se ci sentiamo un’altra volta?»
«Ok, ciao.»
«Rebecca ci sei?»
«Io ci sono sempre.»
«Va bene, mi hai convinta, almeno so di non essere sola qui dentro. Tu da quanto tempo sei qui?»
«Da molti anni, troppi.»
«Tu conosci l’infermiera?»
«Certo, la stronza.»
«Perché la chiami così?»
«Tra non molto te ne accorgerai. È una pazza assassina. Qualche anno fa, quand’era ancora una donna piacente, sedusse il direttore e proprietario di questa casa di cura. Dopo sei mesi i due si sposarono. Lei forte della sua nuova posizione cominciò a influenzare le scelte del direttore a discapito delle sue colleghe, per costringerle ad andare via. Loro, però, avevano capito il piano e si coalizzarono cercando di metterla in difficoltà. Il giorno del compleanno del direttore, gli propose di organizzare una festicciola. Per convincerlo gli disse: «ho notato un malumore tra le infermiere, bisogna tenerle un po’ buone.» Il marito accondiscese senza fare storie. In quel periodo lei veniva sempre nella mia stanza. Mi raccontava che suo marito si era fissato e che voleva avvelenare tutte le infermiere, perché secondo lui lo odiavano. Glielo aveva confessato lui stesso, le aveva anche detto che dopo averle avvelenate avrebbe fatto ricadere la colpa sulla paziente della stanza n. 14.»
«Chi c’era nella stanza n. 14?»
«Ci sono sempre stata io.»
«Perché incolpare proprio te?»
«Ero stata internata perché avevo tentato di avvelenare mia madre. Dissi all’infermiera che il direttore era sempre stato tanto buono, non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Lei mi rispose che ero libera di non crederle, tanto ne avrei pagato comunque le conseguenze. Le chiesi allora cosa potevo fare per salvarmi. Lei mi diede un coltello e mi disse: “se si verificherà quello che ti ho preannunciato, hai un solo modo per evitare che ti incolpi. Fallo fuori”. Il giorno del compleanno lei preparò la torta e diverse bevande. Quella sera tutte le infermiere cominciarono a sentirsi male per l’effetto del veleno, in pochi minuti erano tutte in fin di vita. Nessuna di loro si sarebbe salvata. Solo lei e il direttore erano ancora vivi, era stata attenta a preservarlo. Subito dopo venne da me piangendo e mi disse che le infermiere erano morte tutte e che siccome lui di lì a poco avrebbe chiamato la polizia, dovevo agire subito.»
«Cosa hai fatto?»
«Su suo consiglio ho suonato il campanello e ho cominciato a gridare. Quasi subito è arrivato il direttore seguito dalla moglie. Lui mi ha preso per le spalle dicendomi di calmarmi. La moglie da dietro diceva: “forse hai ragione a dire che è stata lei ad avvelenare le infermiere”. Lui fece un’espressione sorpresa e si girò indietro a guardare sua moglie. Io in quel momento, in preda al panico, presi il coltello che avevo nascosto sotto la coperta e gli sferrai un fendente che lo colpì dritto al cuore. Lui morì quasi subito cadendomi addosso e inondando me e il mio letto di sangue. In quel momento cominciai a gridare sul serio, mentre vedevo che la moglie dietro sorrideva.»
«Cosa è successo dopo?»
«Lei dopo aver chiamato la polizia, ha testimoniato dicendo che io avevo ucciso suo marito in modo brutale, che secondo lei anche l’avvelenamento delle infermiere era opera mia e che lei aveva sempre sospettato di me. Non gliela contavo giusta. Così mi arrestarono. Igiudici hanno creduto all’infermiera e non a me. Ho fatto qualche mese di carcere. In seguito hanno riconosciuta la mia infermità di mente.
Mi hanno assegnato a questa stessa casa di cura. Lei nel frattempo era diventata la nuova direttrice, grazie alla morte del marito. Non aveva più assunto infermiere. Faceva tutto lei, grazie al forte uso di sedativi. Mi disse che era stata lei a farmi tornare nella casa di cura. Se mi aveva accusata, lo aveva fatto per il mio bene e per quello dei pazienti. Se fosse andata lei in carcere, la casa sarebbe rimasta incustodita e non era possibile, ma aveva fiducia in me e per questo mi voleva come sua collaboratrice. Ero forte fisicamente e poi mi disse che potevo fare la centralinista per gestire le comunicazioni interne. Io ho accettato e ho svolto sempre il mio lavoro con dedizione.»
«Io, invece, non capisco perché mi trovo qui. Io non sono pazza.»
«Questo non posso stabilirlo io, ma molte che vengono qui, dicono così.»
La pillola fa effetto e Luisa mentre parla con Rebecca si addormenta. Dorme fino alla mattina successiva, quando arriva l’infermiera con un’altra pillola e come il giorno prima aspetta per assicurarsi che la ingerisca prima di andarsene. Per un mese le giornate trascorrono sempre uguali, pillola, chiacchierata con le voci del termosifone, dormita, pillola… Luisa non si rende conto del tempo che passa sempre intorpidita e se anche volesse non avrebbe la forza di reagire.

Leggi la parte III (finale)

Suzanne

Vega

Solitude Standing
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Pubblicato da

delegointe

Architetto in modo non continuativo

2 pensieri riguardo “La centralinista – II Parte”

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