La centralinista – I parte

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Photo ed elaborazione grafica: Francesco Giannotti
Photo ed elaborazione grafica: Francesco Giannotti

«Su mamma, svegliati che dobbiamo andare.»
Luisa viene svegliata dal sonno profondo, in cui si trovava grazie alla sua pillola: «che succede? Dove dobbiamo andare? Fuori è buio.»
«Lo sai mamma. Non te ne ha parlato Giacomo?», minimizza Sandra, la figlia maggiore, «dai, ti portiamo nell’auto.»
Giacomo insieme a Sandra e all’altra sorella Ginevra sorreggono per le braccia la madre, che non riesce a stare in piedi per l’effetto del sedativo, e la portano nell’auto.
È sera. La macchina parte.
«Dove andiamo?», chiede ancora Luisa.
«Mamma stai tranquilla, tra poco arriviamo», la rassicura Ginevra. Entrambe sono sedute sul sedile posteriore, «cerca di riposarti. È solo un controllo.»
Un minuto dopo, Luisa sta già dormendo con la testa appoggiata sulla spalla di Ginevra.

Hanno viaggiato per quattro ore. Luisa ha dormito per tutto il tempo. È arrivato il momento di scendere. Ginevra scuote un po’ sua madre afferrandole la spalla, «mamma dobbiamo scendere.»
«Perché è tutto buio? Dove siamo?», chiede ancora Luisa.
Nel luogo dove l’hanno portata non c’è illuminazione stradale, a ben guardare non c’è neanche una strada degna di questo nome. Piove a dirotto. Si vedono solo i fasci di luce dei fari riflessi sulla pioggia, la porta d’ingresso aperta di un edificio e la luce accesa al suo interno.
«Siamo arrivati mamma, adesso torni a letto a dormire», dice Sandra.
«Perché è tutto buio?», insiste Luisa.
«Sarà un black-out?»
L’edificio è completamente nascosto da un ponteggio. L’unica parte scoperta è l’ingresso. Sulla porta d’ingresso si scorge una figura minuta. È una donna molto magra, alta circa un metro e sessanta. Sembra più vecchia di Luisa, ha i capelli biondi, evidentemente tinti. È vestita da infermiera e ha un paio di occhiali da sole con le lenti circolari e i vetri a specchio. Giacomo sosta con l’auto proprio davanti all’ingresso. I tre figli fanno scendere la madre e la portano sugli scalini dell’ingresso.
«Buonasera», dice Giacomo, «siamo in perfetto orario come avevamo stabilito.»
«Buonasera, portatela nella prima stanza a destra», dispone l’infermiera.
La stanza è buia c’è solo la luce che proviene dal corridoio, «Fatela sdraiare sul letto, poi ci penso io.»
«Ci regoliamo come d’accordo?», chiede Giacomo all’infermiera tornando nel corridoio, «c’è ancora qualcosa che deve dirci?»
«No, andate pure. Con questo tempo terribile è meglio se chiudiamo la porta e pensiamo a sistemarci e riposare.»
«Allora noi andiamo.»
«Volevo salutare mamma», dice Virginia.
La vecchia allunga il braccio fino a toccare il muro con la mano per sbarrarle la strada: «è meglio di no. Meglio che non si accorga che la state lasciando qua. Potrebbe agitarsi.»
«Va bene allora andiamo», dice Virginia quasi presa dal rimorso. Giacomo e Sandra poggiandole una mano sulle spalle, la portano via con loro.
«Sei ancora sveglia?», chiede l’infermiera a Luisa.
«Chi sei? Voglio tornare a casa mia», risponde lei da un angolo buio della stanza.
«Sono una tua amica», dice la vecchia avvicinandosi al letto, «prendi questa pillola e stai tranquilla, domani ne parliamo.»
Luisa ingerisce la pillola e non passa molto tempo che ricade in un sonno profondo.

Luisa ha aperto leggermente gli occhi. È nel dormiveglia.  Ha dormito tutta la notte. Dalle imposte esterne della finestra, chiuse e bloccate, filtra una sottile striscia di luce, capisce che è giorno. Non è in grado di alzarsi. La pillola che ha ingerito ieri sera deve essere l’ennesimo sonnifero che la rende quasi un vegetale. Questa condizione iniziò qualche mese fa, quando Sandra le disse, dopo una visita dal medico, che per il suo bene doveva prendere quelle pillole. Lei da quel momento non è stata più la stessa. È vero dorme tranquilla, ma non ha più visto la luce del sole, sempre chiusa in casa e adesso in questo posto che non sa neanche cos’è. Vicino al letto di Luisa c’è un termosifone. Lo tocca con la mano e sente che è tiepido, non capisce se si stia raffreddando, scaldando o è la sua temperatura normale. Ritirando la mano fa un movimento brusco e urta con le nocche sul termosifone. L’urto produce un suono, come se avesse bussato.
«Chi sei?»
Luisa ha un sobbalzo. Una voce femminile sembra arrivare dal calorifero. Lei dopo un attimo di esitazione, dà di nuovo un colpo con le nocche.
«Ti ho già chiesto chi sei. Sei sorda?», dice la voce proveniente dal termosifone.
«Ti sento, tu chi sei?»
«Sono la paziente della stanza n. 14.»
«La stanza n. 14? Ma dove siamo qui?»
«Non sai neanche dove sei? Devi essere un caso grave. Siamo in una casa di cura per “fuori di testa”. Tu sei nella stanza n. 2 al piano terra.»
«Come fai a saperlo?»
«Io conosco tutte le stanze e tutti i collegamenti. Mi chiamano “Rebecca la centralinista”.»
«Quali collegamenti?»
«Quelli dei termosifoni. Ogni stanza ne ha uno e si può parlare con tutte.»
«Come è possibile? Come fai a parlare con tutte le stanze? É uno scherzo. Chi sei? Dove sei nascosta?»
«Non mi credi? Te lo dimostro subito. Batti tre colpi sul termosifone.»
Luisa batte i tre colpi.
«Chi è?», risponde una voce diversa da quella di Rebecca.
«Sono Luisa della stanza n. 2, sono nuova, tu chi sei?»
«Hai chiamato la camera n. 15. Benvenuta, sono Alberta, hai bisogno di qualcosa?»
«No grazie. Ti auguro buona giornata», si scusa Luisa, molto confusa, «Rebecca?»
«Cosa c’è?»
«Tu come fai a rispondere se non ti ho chiamato?»
«Ti ho appena detto che sono la centralinista, posso intervenire in tutte le conversazioni.»
«E se dò quattro colpi?»
«Prova!»
«Cosa fai parli da sola?», chiede l’infermiera che è appena entrata nella stanza buia, spingendo un carrello con sopra un recipiente di plastica contenente una pillola e un piatto di minestrina in brodo.
«No, cercavo di ricordare una poesia, parlavo ad alta voce», risponde Luisa, sparando la prima scusa che le viene in mente. Non crede neanche lei a quello che è appena successo, non è certo il caso di raccontarlo a una sconosciuta.

Leggi la II parte

Johh

Lennon

Isolation
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Pubblicato da

delegointe

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